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Ott 22, 2009 - Senza categoria    1 Comment

Amore al mercato virtuale

Leggo: “Avevi promesso che saresti venuto”, quanto è ingenua questa frase. Vedo il broncio di Gesuina, gli altri utenti del forum non sanno di noi due.
Quando sto male io non vado a pillole, la mia cura è godere di poco, anche di un Tevere selvaggio a cento metri dal centro di Roma e provo gusto a fiondarmi a mille chilometri di distanza, a propinare illusioni, a insidiare chi sta al gioco.
Gesuina resta ancora un’incognita.
Mary, Piccolo fiore e Rosa azzurra sono trofei ormai, che acquietati i miei scrupoli come un tossico mi dico: questa sarà l’ultima volta poi smetto…
Sì, ripeto sempre così.
Non m’ha risposto subito, ha usato un commento anonimo su di un vecchio post poetico, le solite cazzate.
Ma è tanto certa che avrei compreso? Che avrei capito che era lei a scrivere per me?
«Sì ne sono certo che era per me…».
Minchia ho parlato, sto parlando da solo?
M’accorgo di due bici, c’è gente: una coppietta.
«Bellissimo» esclamo, indico il fiume, i due ragazzi mi sorridono.

Sì che mi sorridono, mica son pazzo. Ma lo sguardo del lui alla lei è tipo: “non rispondergli” oppure: “lascialo stare a quello non vedi che è un barbone matto?”.
È eloquente. Abbasso gli occhi. Osservo me stesso. Beh cos’è che non va, le scarpe? A vederle son sane, si sentono i sassi sotto è vero. Ma loro che ne sanno? E son sporche come i calzoni, d’altronde non li tolgo da una settimana, come la camicia, nera a nascondere la pancia.
Sembro prima della dieta, la farò domani. Sono mesi che dico domani. La barba invece ci tengo, è di soli due giorni; ho capelli impauriti, gli occhi cerchiati «Buongiorno», fa quel bravo ragazzo, di certo anche lui pieno di scrupoli…
Vedo la femmina, profuma di vita reale «Sa se hanno chiuso?» chiede. Esco dai miei pensieri e rispondo:
«Non so».
«Dovremo fare il giro?» insiste lei. Il ragazzo finge di non accorgersi della sua ritrosia, scende «sotto la pista continua, vieni».
La ragazza alza la bici, mi manda un sorriso di circostanza e lo segue, attenta a dove mette i piedi.
Si fermano prima del varco, scompaiono dietro le piante.
Penso a Porta Portese che qui sopra vivrà presto di vita propria, come la famosa Vucciria di Gesuina; l’ha descritta talmente tanto che mi pare d’esserci stato.

Il lungotevere si trasforma. Gli alberi salgono alti e potenti da riva abbeverati senza sosta dall’antica via dove son passati mercanti, artisti e avventurieri d’ogni risma. Nella mia mente ho le note di Baglioni: “Domenica mattina il mercato s’è svegliato”, e nasce un miscuglio con il quadro di Guttuso e la mia preda; è così che mi decido. Cammino lesto, lo so che è vicino. Entro: teatro India, c’è la libreria vista su facebook, chiedo al gestore dell’internet point se è attivo. Sono gentili, per entrare nella rete uso i miei nuovi documenti.

Finalmente sono vivo, sono io.
Con il nik di Pietro il Pescatore resto chiuso nella stanza delle mie idee eppure mi godo le coccole che solo qui riesco ad ottenere. Il mio amore non è in linea, le lascio un messaggio privato, riduco la pagina, non chiudo.
Alzo il volume al massimo per udire i clok di eventuali risposte.

Apro siti, scorro pagine, scrivo, vago da un blog ad un altro. Un Bed and Breakfast mi gusta, la Vucciria mi appare: bella pubblicità, begli affreschi, un letto. Vedo molleggiare la mia futura amante. Un aereo parte stasera; non sono distante, faccio in tempo? Mi blocco. Perché cambiar il corso degli eventi? Perché non fermarmi. Non mi è bastato il passato? mani che già rovistano le mie tasche, i soldi per la rata, aspetterà? Non avevo promesso di mettere la testa a posto? è ora di uccidere la noia.

Lei mi merita. Devo partire. È incredibile come tutto combaci: in meno di mezzora prenoto camera e volo Low Cost. Palermo arrivo.

“Sessanta metri dal famoso mercato”: così diceva lo spot. Così afferma il vigile; conosce tutti, si sforza per farsi capire, i vecchi stanno a sentire senza muovere palpebra.

Chi gestisce l’attività è un uomo molto più grande di me, sui cinquanta. È felice di vedermi, deve essere un magro periodo questo. Mi mostra la stanza, parla della sua città. Ha il viso sciupato, un leggero strabismo contrasta coi baffi. Mi dice di tutto e di tutti in sette minuti e mezzo; chiedo la cosa che mi interessa: non hanno collegamento internet purtroppo, non qui. Un viso incantevole si mostra all’uscio, si ritira, passa di nuovo: è la ragazza vista prima, carina, nazionalità non riconosciuta. Penso che prima o poi parlerà, scoprirò come mai non porta il velo.

Addirittura s’inchina m’è parso, e sorride.
La sera si chiacchiera del più e del meno.

La mattina la colazione è dolce «se voleva il salato» recita lei «doveva dirlo, senza sovrapprezzo» aggiunge.
Non mi va di chiederle di dove è. «Sono nata a Roma» racconta dopo aver sorriso alle mie battute, agli equivoci sui sapori e sul mio venire a Palermo. Sistema il latte sul vassoio, è affascinante, sa esprimersi coi gesti.
Realizzo: deve aver letto i miei documenti, riconosciuto il mio accento. Mi racconta che ha ancora la mamma nella Capitale, il papà è a Bengasi per lavoro; lei è italiana, ci tiene ad esserlo.

«Strano» esclamo sorridendo.
«Mio padre è italiano» mostra il proprio passaporto. È davvero una senza veli. Non dovrebbe con il primo che capita, specie un falso come me, lavato e stirato solo per Gesuina.
Dice che si chiama Krishs; cosa vuole? complicare la mia vita? «mia madre è uzbeka, di Taškent», indica il proprio volto allo specchio, chiede a me quanto oriente le si noti «si sono conosciuti là» spiega «in ambienti diplomatici».
La malinconia è dipinta sul suo viso paffuto «Roma mi manca», s’affaccia alla finestra, un cenno alla via, ai banchi stracolmi lì in fondo. Si odono uomini urlare, chi decanta la merce; i richiami sono cantilene di altri tempi.
L’odore di qualcosa di forte e di cotto arriva sin sopra. «forse lo trasferiscono alla Farnesina a mio padre».
Non le rispondo, la osservo profondamente. È giovane, è bella. L’esperienza le insegnerà molto. Ha la gonna al ginocchio, attillata tanto da far volare la mia immaginazione. L’uomo di ieri sera viene a rompere i miei neuroni «Tenga» fa, cerco di ricordare il suo nome mentre finiscono tra le mie mani opuscoli, fotocopie, stampe e mappe della città. È tanta roba, io sto pensando ad altro. Cade qualcosa.
Raccolgo, ringrazio, mi scuso. Lui mi accompagna gentile alla porta indicandomi altri luoghi da me ieri richiesti. Non dice altro, accentua il suo sguardo sbieco. Oggi non sorride. Mi chiedo se la fanciulla lavora qui, se è la sua amante; potrebbero essere parenti. Osservo i baffi incolti dell’uomo, non credo facciano cose, un fiore esotico non si metterebbe mai con un cactus; mi decido a rientrare. Le voglio chiedere se…

Lo spettacolo dei glutei di Krishs si dovrebbe pagare…li ho negli occhi, qui avanti a me; lei si volta e mi sorride con la consapevolezza di essere apprezzata. Schiva la gente in un ballo sensuale, sguscia tra chi è impegnato a salutarsi e chi sta chiaramente contrattando il prezzo della merce. C’è chi si ferma a mangiare qualcosa di caldo. La brace sfrigola; guardo meglio: budella, devono essere le famose stigghiole, quelle che m’ha decantato ieri sera. Aveva ragione parlando di decadenza: finestre rotte, banchi chiusi, per fortuna non è tutto così. Il fumo mi allontana, l’odore dei cibi mi attrae, occhi di pesce mi osservano morti chiedendomi cosa ci sto a fare là, ché a Gesuina io non la conosco. Mentre mi chiedo come farò per beccarla un uomo fa a pezzi gruppi di interiora con un coltello, le penetra con delle aste di metallo, quindi cantando le posa sulla griglia.
Cambia musica “’u stigghiularu”, urla e racconta in dialetto slogan comparativi tra i “Macchiddonad” e il proprio chiosco di pane e frattaglie.
Ho indizi che dovrebbero bastarmi, la bella figliola mi indica il vicolo di fronte «laggiù a destra» sembra dispiaciuta. Non credo di aver l’aspetto di un Casanova, eppure è da ieri sera che cerca di restar sola con me. Avrei voluto farle più domande, ma tant’è…

«Vieni dai», la invito «mi fai compagnia», all’apparenza è titubante «non ho nulla da nascondere» dico. Si fida, sorride, entra nel point con me. Si siede vicina, scherziamo, ci provo, le apro i miei nuovi siti.
Vado nel forum. Gesuina sembra scomparsa, le voci dal mercato arrivano sin dentro, insieme all’odore acre della carne e di altro. Le parlo di una amica che abita nei dintorni. Arriva un clok: è la risposta alla mia mail, ho il cuore in gola. Leggo, anche lei legge; è avida, curiosa; vorrei non lo facesse, ma tant’è…

Stringo forte i pugni, ferito, preso in giro. Un buco nell’acqua, un raggiro; una ragazza toscana, burlona. È stupita ch’io sia andato davvero a cercarla.
Neppure si scusa.
Ho fallito, è rabbia repressa. Krishs gioca, non capisce. Legge le mie cose, le piacciono, mi sorride, stringe la mia mano. Disconnetto. Pago.
Mi trasporta in mezzo ai banchi, tra limoni e “cucuzzedde”. «Ecco, qui c’è l’ufficio», dice.
Entriamo.
«Mio zio è geloso» sussurra «guarda là» indica la finestra, un uomo con il camice sporco sventra un capretto. Lei senza chiudere si inginocchia e mi sbottona; sono preso alla sprovvista, senza forze.

Non ci riesce, non mi riesce.
Ho sempre creduto che queste situazioni nascano solo nella fantasia di certi autori. Mi vuole. Insiste.
Neppure ricordo come si fa.
Ha vinto: abbasso lo sguardo sul mio simbolo, mai stato tanto insignificante.

Voglio andar via «Porco», fa ad alta voce. Urla le peggiori parole, vuol farsi sentire. Ha gli occhi di fuori, in mano qualcosa. L’istinto mi porta il braccio sulle parti basse, ma la lama è feroce, taglia, penetra. Mi sento aprire, raschiare da dentro; finalmente grido. Colpisce ancora, estrae; il dolore all’inguine è tremendo, il mio lamento è pietoso.
Non vedo più nulla. Perdo sangue; ne percepisco il calore bagnato…«Vattene. Porco impotente…», si lancia in un delirio di oscenità. Arriva qualcuno, con un filo di voce giustifico le mie intenzioni; ma lei ride, ride senza ritegno, allora comprendo…