Archive from gennaio, 2011
Gen 28, 2011 - Senza categoria    4 Comments

Velia. Post 11. Itinerari dell’anima

 

Post 11. Itinerari dell’anima.

Si riavvicina. Lo fa con garbo ma non si ferma, ed ora mi è troppo troppo vicino. Al suo solo sfiorarmi sbando, vibro. Alito che sa di fumo, in parte coperto dal dopobarba sulle guance. Non voglio. «È tardi». Imploro. «Per favore Sergio, e poi, dobbiamo scendere». Sono troppo tesa, seria; si blocca. Resta sospeso ad un palmo da me, improvvisamente amorfo, inespressivo… Ed io fatico non poco a far finta di nulla. Ne evito anche l’immagine allo specchio. Gli sfuggo senza fretta. Rientro nel bagno a prendere le mie cose. Temo di non essere naturale. Le mie mosse paiono manovre. Mi sento a disagio. Se ne accorge. Specie quando prendo in mano il telefono e lo rimetto a posto troppo presto. «Sono quasi le otto» ostenta sicurezza «aprono alle nove». Era tanto che non… Un bacio consapevole, adulto mi viene in mente. Non so. Lasciarmi andare? Ho ripensato dopo che lo avrei voluto. Bei momenti! Ci guardiamo, l’abbraccio avviene così… Sono carezze, attimi di trasporto, di parole tenere. Si scende. Mano nella mano. Ho il sapore di tabacco addosso, in bocca. La sua eccitazione mi è stata contagiosa, ma abbiamo fatto i bravi, per ora. Poi, chissà. Al tavolo si scherza, mi fa ridere, si lecca le labbra di cappuccino, lo fa apposta. Gli piaccio davvero? O vuole l’avventura? Ed io? Cosa voglio io?

Torna a prendermi dal parrucchiere che non ho ancora finito. Dopo più di mezzora finalmente salgo in macchina. Consapevole del ritardo mi aspetto le solite classiche rampogne di un uomo. Un suo fischio d’approvazione mi rende felice. Da un bel pezzo mi ero disabituata a sorrisi e complimenti che non siano solo maldestri tentativi di provarci. Prima di lasciare la stanza ho tolto i jeans, indecisa che mettermi. Ho indossato il vestito. Mi dona. Non smette di guardarmi mentre guida. La strada non è la solita che facciamo noi. Glielo chiedo. Risponde che è presto e per non fare un giro assurdo passiamo per Formia, pranziamo al mare. «Ti posso fare una proposta?» chiede. «Dimmi dai» sono curiosa. «Passiamo per Napoli? All’una e mezza siamo sul golfo, conosco un ristorante speciale…» …che magari ha anche dei letti penso io. Bah, il pensiero mi viene, non so perché. «Io devo stare ad Altamura prima di notte, è molto importante per me. Lo capisci?». Ci pensa su un po’ troppo. Sto per dirgli che va bene. «Meglio cambiare itinerario allora» questa volta non è stizzito, anzi. Prosegue sino a Latina. Mi spiega la strada meglio del Tom Tom. Con calore. Fa i Monti Lepini. L’autostrada la prende a Frosinone. A Caianello esce di nuovo e mi dice il motivo. Sa anche la storia dei luoghi. Mangiamo un po’ tardi, dintorni di Benevento. Nel Sannio mi parla dei Romani, di Unità d’Italia, di streghe e di briganti. C’è una saletta attigua, dietro al bar, tra le slot e i bagni. «Non guido a stomaco pieno, anche se ho bevuto poco…». Un telefono suona. Comincio a riconoscerlo questo mio, e il pensiero mi va all’altro spento nella borsa da viaggio. È Gioia. «Scusa, sì l’ho vista la chiamata» sbuffo «Non avrei saputo che dirti… No. Ancora nulla… Sì. Vengo, stasera. Non so a che ora arrivo». Quest’uomo non fa una piega mentre parlo. «Non voglio averti sulla coscienza, ascolta…» dico seria, appena chiusa la comunicazione con mia sorella «…hanno anche le camere, non saranno un gran che ma vai a riposare. Tra un paio d’ore ti chiamo io». Non passano cinque minuti che è già di ritorno, con una chiave in mano «Tu non vieni? I letti sono due, separati. Dai, vieni a riposare un po’ anche tu». Sorrido.

Cosa dovevo fare? sono andata. Abbiamo ripreso il viaggio un bel po’ fuori orario; le diciotto sono un ricordo. Non mi sembra possibile. Un altro uomo. Io. Già! Mi sento diversa, iniziata a nuova vita. Questa volta dietro non si torna per davvero. Da questo sogno. Da quest’opera surrealista. Sto vivendo la mia favola! Il suo sbadiglio mi porta alla realtà. Fa sorridere. Ha più sonno di prima. Mi manda occhiate, baci, non si stanca di donarmi attenzioni. «Basta Sergio, t’ho detto che mi vizi, ho paura di abituarmi». «Bene. Meglio. Così mi dirai che ti manco e io ti verro a trovare spesso, anche tutti i giorni». «Addirittura!». Sorriso amaro il mio, troppe cose da sistemare, valutare. I figli. «Non so neppure quanto resterò ad Altamura» gli regalo una carezza sulla guancia. Non voglio pensare ai miei guai, per ora. Mi faccio raschiare il dorso della mano dalla sua barba di un giorno, che non sentivo, prima… Sorrido pensando ai segni notati dopo, in bagno. Fortuna non si vedono. «Comunque vada, Sergio, non ti scorderò mai» di slancio lo abbraccio. La sua mano lascia il volante, mi tocca la spalla, il viso; mi carezza i capelli, il seno… Come si fa a guidare così? Ci fermiamo cinque minuti. Qualche bacio, un po’ di tenere coccole. Sigaro, sigaretta e si riparte. Tra una chiacchiera e un’altra si comincia a vedere l’adriatico. Non ha preso autostrada, si è fatto tardi. Io ho i miei pensieri; immagino i suoi. «Sergio ho fame. Ceniamo insieme?». Riesco finalmente a dire ciò che desidero ad un uomo. Per poco non sbanda. Esce di scatto dalla superstrada, imbocca la complanare per Molfetta e va diritto al mare. Cerca un ristorante. Io chiamo Gioia. Mi scuso con lei, che non deve stare in pensiero, che è la macchina di chi mi accompagna che pare abbia problemi seri. Che non sono certa di nulla, per quanto ne capisco la potrebbero tenere sino a quando arriva il pezzo da Bari. Sergio è sorpreso, non parla. Accosta. Scendiamo. L’odore dei flutti mi ubriaca prima ancora che io inizi a bere…

Continua…

Gen 23, 2011 - Senza categoria    3 Comments

Velia. Post 10. Spiragli

Post 10 Spiragli.

La realtà non è il contrario dei sogni, ma del rincorrerli coi fiori e i baci fasulli. Nel virtuale forse c’è solo un po’ d’affetto Velia, ma non c’è amore, non c’è l’emozione del contatto… Cerca le cose vere. Sono a portata di mano solo che fanno paura. Si temono. Il bar giù nella hall è aperto, chiedigli un Mojito a Sergio come quelle immagini che ti mandava, ma vero stavolta, alla fragola. Lo voglio alla fragola, dolce, come piace a me, coraggio…

Non risponde, segnale muto. Già dorme? L’entusiasmo mi cala, insisto sui tasti quasi con rabbia, sino a cercare a caso. Non c’è nulla su questo telefono, nulla di mio. Accendo il vecchio. Mio marito ha chiamato alle ore 21.15, alle 21.30, 21.49, 22.19. Lorenzo ha chiamato alle ore20.25, Gioia ha chiamato alle ore 20.12 e alle 20.37. Claudia tu? Lo so che mi vuoi bene, mah, i figli! Aspetto aspetto. Mi cercherai tu. Penso a loro, ai miei guai. A tutti i miei fallimenti, a Giulio; chiaro che prima o poi sarebbe finita. Ma è… finita? Non ho lacrime agli occhi, strano. Strano davvero. Non ci sono altri messaggi, né nulla di urgente. Nessuno mi spasima stasera. Velia va a nanna. Sergio il suo lo ha spento oramai, avrà pensato di non aver speranze con una donna forte e ferma come me…

Solo dopo un po’ ci si abitua, si riesce a distinguere bene ogni rumore. A Roma non mi accorgo mai di nulla, eppure c’è traffico a tutte le ore là sotto da me. Qui la statale a due passi, i tir, e nei momenti di silenzio sento anche la doccia della camera accanto, il brusio è minimo, sommesso, intercalato da chiare parole, da far venir la voglia… di poggiare l’orecchio alla parete. Intorno a noi c’è sempre chi si ama, c’è la vita, l’umanità. Io ho avuto fretta, paura. Di cosa? Delle parole? si poteva chiacchierare, quest’uomo è un buono, non ha certo il carattere violento di Giulio. Sergio è innocuo. Almeno a me pare, e l’apparenza spesso inganna…

Il suono è insistente. Non mi va di aprire gli occhi; è l’istinto che risponde per me, mi fa allungare la mano. Anche se non ne ho voglia inizio a cercare e noto contrasti con le mie abitudini. Continuo il rastrellamento. Tasto chiavi, medicine, portafogli. Una bottiglia. La melodia sconosciuta insiste. Prendo possesso della ragione e questa fa muovere il mio braccio, che cerca conferme, ruota nel vuoto, tocca il muro. Le dita sfiorano un interruttore, che pigio. Il suono intanto smette. Inizia di nuovo. La luce chiarisce: il telefono nuovo; dalla borsetta lo prendo. Le sette e mezza. Chi è che rompe? «Buon giorno Velia». «Buon giorno». «Dormito bene?» è ossequioso stamattina. «Abbastanza. Grazie Sergio; è un po’ prestino però, non ti pare?». «Non avevi fretta di partire? Vado a far vedere la macchina, per le dieci dovrei essere di ritorno». «Ma hai già fatto colazione?». «No, t’ho chiamata per dirti che è pronta… scendi. Non ti va?». «Sì certo. Però aspetta, mi debbo vestire. A sistemarmi torno con calma». «Ti porto un bel caffè intanto? Lo vuoi? Un espresso caldo caldo…». Vuol salire? avrà frainteso? Cosa rispondo? «Va bene va bene lasciamo stare… Non insisto. T’aspetto in sala» Gentilmente burbero. Un bel po’ permaloso oltre ad essere impaziente. Poteva far colazione da solo se si voleva sbrigare. Non mi sarei offesa. Ancora? Cosa vuole? «Ormai ne hanno fatti due, te lo porto. Dai che aiuta, ti sveglia». «Non dovevi disturbarti». «Nessun disturbo. Il mio l’ho bevuto, il tuo lo appoggio fuori la porta busso e me ne vado». Non mi piace non avere il tempo per pensare, ma un caffè ad occhi appena aperti è ciò che ci vuole. Mi rendo conto del mio stato indecente. Corro a socchiudere la porta e scappo in doccia senza mutande, in mano quelle pulite, maglia, pantaloni. «Velia?». «Sto sotto la doccia». «Ho visto la porta aperta, per questo son entrato. Lascio il caffè sul comodino». «Guarda che se vuoi puoi stare; due minuti e ho fatto». «Non vorrei che tu pensassi chissà che. Ti devi vestire…». «Ho tutto qui» rido «cinque minuti. Chiudi la porta però». «Tutte uguali voi donne, avevi detto due minuti!». «Quante ne conosci?». Rifletto sul motivo per cui ho detto di chiudere… Esco sgocciolante, m’avvolgo nell’asciugamano «passami ‘sto caffè dai». La porta è a soffietto; facile aprire lo spazio di un braccio «resta qui che devo usare il fon. Non mi fido di questi aggeggi. Giusto una asciugata. Chiederò se c’è un parrucchiere, non ti preoccupare, non faccio tardi. Il tempo che sistemi la macchina mi rifaccio la piega». Mi gusto il caffè. Ringrazio. Mi dice che l’ha fatto con piacere. Getto nel cestino la tazzina di plastica. Lo spiraglio resta aperto, lui avvisa che esce a fumare. L’odore acre e dolciastro del sigaro si propaga sino a me. Indosso l’intimo. Accendo l’asciugacapelli. Lui parla dalla soglia ma il rumore nasconde le sue parole. Glielo faccio notare. Sento la sua voce più vicina. Bussa. «Cosa c’è?» per istinto apro ancora un po’ tenendo il corpo ben nascosto dietro la porta. «Ah! stai ancora così? Scusa…». Cazzo. Vede dallo specchio. «Fa nulla dai. Dimmi» chiudo. «Volevo dirti che ho comperato le sigarette». «Tu mi vizi Sergio, non ci sono abituata a…» rido. Ride anche lui. Torno a farmi bella. Lui resta dov’era. «Ti ringrazio per tutto, davvero». Lo spiraglio si riapre come una molla. Lo dico sempre io che non mi piacciono le porte così. Non ho la costanza di richiudere. Da dove sono non si vede nulla, decido comunque di rivestirmi. Lo faccio in fretta e apro del tutto. «Sei un gentiluomo Sergio, scusa se non l’ho capito subito». Un leggero trucco è ciò che ci vuole. Lui ha l’espressione di chi vuol capire il significato di ogni parola che gli viene detta. Visibilmente felice depone il sigaro sullo scalino fuori il balcone, tre passi e mi è dietro «sei bella sai?». Controllo la situazione. Lo specchio mi è complice. La sua mano riflessa non tocca la mia pelle, non la sento. Nello specchio mi sposta i capelli umidi dal collo. È lento. Non cerca approvazioni… Pur sempre un bacio il suo, che mi fa chiudere gli occhi prima del brivido, sensazioni che partono dal contatto delle sue labbra con la mia pelle, tra collo e spalla. Mi sottraggo. Fermo la sua mano con il sorriso sulle labbra, entro in stanza con le gambe che mi tremano. Vorrei finire di sistemarmi il viso. Cambio postazione ma non riesco, a non sorridere…

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Gen 15, 2011 - Senza categoria    5 Comments

Velia. Post 9. Il sigaro

 

Post 9. Il sigaro.

…ed è con la porta appena accostata che riesco a farlo, mi siedo sul letto. L’ho lasciata apposta in tal modo, così mi sento tranquilla, mi libero di ciò che più mi pesa dentro. Parlo solo io, di me. Questo numero diciotto di legno lo giro e lo rigiro tra le mie mani mentre continuo il mio sfogo. Finalmente un po’ di sollievo, la mia coscienza è abbastanza a posto; poi presa da un non so ché mi devo alzare, poso la chiave sul comodino, quello lontano. Lui è seduto sulla sedia dello scrittoio e senza essere invadente interviene nel mio monologo, lo fa poco e in modo mirato. Alterna l’attenzione tra me, il suo orologio e dépliant pubblicitari che lasciano in giro per illustrare i dintorni. Gli manca qualcosa; qualcuno? non so chi davvero è, né cosa fa, se fuma… a me sta tornando la voglia. Una cosa strana dopo tanto tempo, dopo che ho smesso di farlo di nascosto. Rubavo tirate a Pina, Giulio si incazzava solo a sentirne l’odore. Mi accorgo di smaniare; è che penso a chi ho lasciato, non a me. Chiedo scusa. Vado in bagno. La mia è una cosa rapida, mi lavo, anche il viso. Una aggiustatina veloce, più che altro i capelli senza perder tempo a truccarmi; è tardi, torno di là. Non c’è! la porta è sempre accostata, non è chiusa. Devo calmarmi, sto troppo all’erta… dal fresco intuisco, mi avvicino alla portafinestra. È aperta, sento… l’odore è pungente, calma la mia mente troppo tesa, pronta ad ogni evenienza, ma la realtà è chiara: è un sigaro, è andato a fumare! Esco anche io, c’è una seggiola là fuori, mi siedo. Per osservare quest’uomo alzo in alto la testa, da sotto in su. Mi piace come sorride, chiedo se… No, sigarette non ne ha. Mi offre uno dei suoi cubani. «Tabacco puro» dice. Scaccio l’aria con le mani, ma lui insiste, e mi confessa come li ha avuti. Si scherza sulle abitudini personali, di coppia, su tutto. Si passa a cose serie, alla noia, alle comuni giornaliere sopportazioni. Ai litigi, a come non si possono o si dovrebbero evitare. Mima se voglio fare una tirata… Con la luna alta nello sfondo e il fumo intorno al suo viso si ha un’immagine surreale. Provo: la tosse mi prende subito «non lo devi respirare!» esclama; ma che ne so, ma che ci faccio qui, in una stanza d’albergo con uno sconosciuto… chiedo lumi a me stessa, rifletto. Ma esternamente le nostre parole via via si stringono in cerchio. La conoscenza si fa sempre più intima, lui ha qualcosa che gli pesa, infatti: «Velia, devo dirti che… sinceramente…» mi confessa che “non è più” scapolo. Dovrei esserci abituata a questi, cazzo. Classici single ammogliati con figli, ma tant’è ancora ci casco. Non mi piacciono le sincerità ad orologeria, non mi fido più «Di fatto siamo separati» balbetta vedendo la mia faccia, si scusa «son due mesi che lei è tornata a casa da sua madre…» sospira «ora sì che è in buona compagnia». Quante me ne avrà raccontate di stronzate? Non è delusione la mia. Non sto cercando marito… Forse è meglio che si va a nanna, e questo lo dico anche a lui. Domani ci alziamo presto, e se deve far fare quel controllo alla macchina… Mi dice che è inutile alzarsi all’alba: si deve aspettare che aprano, di partire se ne parla come minimo verso le undici. Perde tempo, accende la tele, mi gironzola intorno. Mi siedo di nuovo sul letto, più convinta stavolta, e con tanta voglia di sdraiarmi, di mettermi in libertà. «Scusa sono stanca, vorrei dormire». È che con lui in camera non mi va. Sbadiglio, la mano sulla bocca, sto per dirgli altro ma «Va bene va bene» fa lui, pare alterato. «Ho capito! Vado, vado» perché si esprime così in malo modo con me? Non mi aspettavo questa reazione. «Cos’è che hai capito?» alzo la voce. «Ho capito che…» la mia espressione forte lo disarma «Nulla nulla. Niente, scusa, forse sono io» s’arrampica sugli specchi «Però dimmi la verità Velia; è la mia compagnia che non ti aggrada?». Se voleva riprendersi non c’è riuscito. Ha solo tentato, di farlo. Non rispondo perché avrei mille domande da porgli. Non ne ho il coraggio. Immagino le sue esperienze. Come Giulio? Peggio? «…Velia io, voglio dirti che, stavamo parlando, e mi piaceva… sentirti» gli indico la porta, non sorrido. «Scusa, mi devi scusare. Sono proprio un cretino a non comprendere la tua situazione, ciao, buona notte, a domani mattina… Facciamo colazione insieme?» un bambino, ecco cos’è «Vuoi che la faccio da sola?» mi scappa un mezzo sorriso, credo ci sia stata un’altra “piccola” incomprensione; sono prevenuta? meglio così!

Ed ecco la solitudine. Il troppo silenzio di questa stanza è un buio che si colma di rumori, sommessi e disparati. Se tolgo i brevi giorni della mia vita passati nei vari ospedali è un silenzio sconosciuto, comunque diverso, senza tosse e senza pianti. Senza odore di disinfettante. Lenzuola profumate, tiepide. Gusto i miei piedi scalzi danzare sulla moquette, dal bagno al letto. Nuda. Sensazioni dimenticate suscitano in me sferzate di ricarica mentale. Una nuova energia mi prende. Memorizzo sulla scheda nuova il numero di Sergio. Chiamo? non chiamo? Sono indecisa, ma è troppo presto per dormire. La vita è un attimo Velia, e se non c’è un computer… Sarà la realtà a prenderne il posto.

Continua…


 

 

 

Gen 6, 2011 - Senza categoria    1 Comment

Velia ottava parte. Dietro non si torna

Velia


Dietro non si torna

«…serve a Lorenzo? Ma quanti anni ha bello di zia! E tu? Dove è che sei adesso? Non farmi scherzi! quando parti… cosa dici? non sei a casa? Dove dormi stanotte? E Lorenzo? E Claudia? Chi ti accompagna? Non fare la scema, pensaci bene Velia, dietro non si torna» silenzio, troppo silenzio ho fatto passare prima di rassicurarla; ho ascoltato nel tono di Gioia il batticuore della preoccupazione, ed è bello sentire che qualcuno ti vuole ancora bene!

«…dove hai messo la macchina? dimmelo Velia! devo fare la denuncia? l’hai presa tu? Lo so che l’hai presa tu stronza!» silenzio, solo silenzio da parte mia «…ho capito, come tu vuoi, ma te la farò pagare cara questa… Dietro non si torna!» ho chiuso la comunicazione senza rispondergli; è la prima volta, non era mai successo prima, come non era mai accaduto che me ne andassi da casa, neanche in accordo, neppure per un giorno. Torno nella sala. Il cellulare squilla, non riesco a spegnere, allora tolgo la batteria. Sergio vorrebbe dirmi qualcosa, darmi coraggio, rassicurarmi: lo sento. Deve avere il senso del rispetto inserito nel DNA dalla nascita quest’uomo, almeno a me pare, e a volte l’apparenza inganna. Il tempo passa così; mi scrollo, chiedo scusa e vado al negozio di fronte, un centro di telefonia; m’occorre un altro telefono, un’altra scheda. Faccio presto. La linea mette troppo ad attivarsi, riaccendo il vecchio…

Dovevo parlare con Claudia prima di rientrare tra quella gente tanto diversa da me… Non mi ha dato tempo di dire nulla, o quasi; ha riattaccato; osservo il display e resto a guardare i titoli in vetrina. Non riesco neppure a piangere. Non ho voglia di entrare, ma da qualche parte mi devo sedere, troppe emozioni. Quest’uomo che in realtà non conosco fa cenni, da dentro verso di me che son fuori; il sorriso è sincero, appena preoccupato «Sì grazie» un altro drink, ce lo diciamo mimando.

«Vuoi partire ora? Stasera? Io non guido di notte Velia, a parte se capita un’emergenza. Ascolta, alloggio al Selene, se vuoi… no cosa hai capito? Se vuoi chiedo se hanno un’altra singola, non mi sarei mai permesso di…» Sergio ora ha lo sguardo tra il colpevole e l’offeso; tira aria di imbarazzo. Rido, tento di sdrammatizzare, mi viene spontaneo perché è colpa mia: gli ho risposto male, troppo agitata dagli eventi mi si è alzata la voce senza che me ne accorgessi, tanto che qualcuno s’è voltato, e ancora sbircia; ma fatevi i cavoli vostri! Sergio abita in Puglia, il suo paese è a meno di cento chilometri dalla casa di Gioia: e non è un altro segno questo? Già; non ho mai creduto al destino…                                                                       Ho fame. Il tragitto per raggiungere l’albergo sarebbe anche breve, conosco la zona, la via Pontina, ma devo passare al parcheggio della scuola a lasciare la mia macchina. Sergio sta dicendo che ha prenotato anche per me, che là si mangia bene. Ha quasi paura a parlarmi… io sono presa tra mille pensieri, e quando arriviamo e mi chiamano “signora” non ricordo cos’è che mi ha detto, cosa è che ha prenotato, se solo la cena o anche una singola per me. Guardo assorta la borsa, le mie cose là sulla sedia al mio fianco… poche troppo poche, la mia vita dov’è? Salta il tappo, e un altro calice si riempie «…prosecco, meglio non mischiare» dice rassicurante, con parole calmanti, condite con prosciutto di cinghiale, ravioli di porcini con scaglie di tartufo, filetto al barolo, tortino di carote e asparagi, panna cotta ai frutti di bosco. Mando giù l’ultimo goccio insieme a lui: m’offre un brindisi appena accennato, alla mia salute, al futuro. Un caffè e mi accorgo di iniziare a rilassarmi, di stare quasi bene. Sergio fa un cenno a uno dei ragazzi… Mi consegnano una chiave, in cambio devo fornire un mio documento. Gli portano un mezzo bicchierino d’acquavite d’uva, mi guarda, me ne offre. Scuoto il capo in segno di diniego, rabbrividisco solo al pensiero, allora Sergio se lo scola in tre riprese. Rido; afferra il mio bagaglio e mi accompagna sino alla porta della camera corrispondente al numero che ho in mano. Il 18. Apro…

Continua…