Archive from febbraio, 2011
Feb 26, 2011 - Senza categoria    1 Comment

Velia. Post 15. Ansia

Post 15 Ansia

Ogni suono un incubo. Ogni piccolo fruscio è un rumore. Alimenta l’orrore. Penso a Giulio… Terribile restare soli… Come può essere stato tanto malvagio? Avrebbe fatto la stessa cosa anche a me? Credo di sì, se non peggio. Si è sfogato con lui. Sergio cosa c’entrava? e a me che avrebbe dovuto aspettare semmai… Ho dormito poco. Male. Troppi pensieri. Salto al trillo. Rispondo rispondo: è il centralino, la hall. Mi avvisano. Che sono arrivati. Devo scendere. E sto ancora così. L’indirizzo del mio alloggio lo sanno solo in caserma. Sono stata consigliata dal Capitano. Come mi devo comportare; come è meglio di no. Mi ha aggiornata sugli sviluppi sino a tarda notte. Alle due l’ultima telefonata. Lo ha fatto continuamente da ieri. M’ha pregata di stare nascosta, di non muovermi. E di non andare al funerale. Ci ha messo un po’ a capire che non me lo avrebbero potuto impedire. Mi affaccio alla finestra. La macchina sotto aspetta, devo sbrigarmi.

Finalmente scendo. Temo non mi ci portino, che facciamo tardi. La donna in divisa è cortese, un po’ freddina nei miei confronti. Potrebbe essere una mia impressione. L’uomo ha troppo distintivi e medaglie sul petto per essere un semplice carabiniere. Non ho mai capito nulla di gradi. Vedendo la mia faccia espongono un lieve sorriso. Non mi dispiace. La ragazza è un tenente; mi invita a salire avanti, a parlare. Non devo agitarmi mi dice. Le confermo che sono calma. Mi chiede se ho visto cosa dicono di me in tv. Le rispondo che ho sentito; le ho sentite quante chiacchiere. Rispondo insofferente. Approfitto per chiedere spiegazioni sul perché ci sia tanta differenza tra le notizie di dominio pubblico e quelle riservate. Delle quali peraltro sono al corrente. Le confido i brutti presentimenti che mi suscitano. La mia ansia. Lei allunga una mano e da dietro il sedile mi stringe la spalla. Tenta di tranquillizzarmi. Minime pacche. Non mi lasceranno sola. Chiede di Giulio, di come erano i nostri rapporti, di come è stato possibile non mi sia mai accorta della sua doppia vita, e di quanto potesse essere violento. Le accenno molti particolari che solo ora mi vengono in mente. È interessata. Dopo le esequie dovrò tornare a deporre.

Tre da una parte tre dall’altra. Sei uomini vivi per portarne uno morto. Sorreggono la bara. La vedo scivolare nell’aria ungendo i miei occhi. Piango. Defilata ma non certo inosservata in mezzo al gruppo di militi. La cassa. Legno che non so distinguere. È chiara; dà sul bianco, quasi… alla purezza. Sergio. La moglie dietro i figli. Loro sì affranti, con sguardo fisso, duro e tagliente. Accenni di lacrime. Non mi è parso di notare negli occhi di lei disperazione, forse solo disillusa rassegnazione. Occhi che non m’hanno cercata, al contrario di quelli dei figli. Maria e Rocco sono dolcissimi, ci siamo abbracciati. Mi conoscevano dalle parole di lui, da ciò che diceva loro di me. Sono incredula. In neppure due giorni. Segnati a vita. Mi sono commossa alle loro parole. Sarebbero dovuti venire una sera. Mi avrebbero presto conosciuta. Una cena. Il corteo parte lento. Voglio andare al cimitero. Dopo. Anche io. Devo ribellarmi affinché mi ci portino. Troppe scuse. Adducono che devo indicar loro altri particolari sulle usanze di Giulio. I suoi movimenti. Rispondo alterata. Che lo farò al ritorno. Se ne vadano al diavolo, digrigno tra i denti. Non si muovono. Scendo di scatto. Prendo la scena sin dalla loro auto digitando il numero del tassì. La tenente mi blocca la mano. La sua è ferma. La mia trema. Che devo stare calma me lo prega. Supera la stizza di un paio di loro. Comunque acconsentono. Stefania resta seria. Ho saputo dopo il suo nome; una bella persona questa donna in divisa. Non si fa notare mentre mi strizza l’occhio. Il suo abbraccio è importante per me.

Calce grigia come il cielo si va facendo oggi. È il colore dell’impasto. L’ultimo mattone ne viene infarcito. Non v’è emozione nel muratore. Con antipatico piglio professionale ostruisce ogni minima crepa. Ed è qui che penso all’anima, all’essenza dei pensieri, che non hanno bisogno di fuggire… Dolore acuto in questo momento. Le grida dei figli. Una moglie impassibile. Definitivo è il trapasso. Nell’acqua dei fiori tento di leggere il mio futuro. Tornerò spesso. Il resto della mia esistenza sarà qui intorno. Forse una nuova vita. Un salto al camposanto da fare tutti i giorni. Povero Sergio. Hai sacrificato la tua vita per me, altrimenti ci sarei io lì dentro. E torna l’ansia.

Nella stanza c’è il magistrato, l’avvocato; Stefania, un suo collega maresciallo. Io. Ho ripetuto tutto tante volte, troppe volte. Giulio non mi ha mai detto nulla dei suoi traffici. Devo giurare e spergiurare. Sapevo delle armi. Dell’altro giro, dei soldi, nulla. Ora è scomparso. Non si sa dove sia. Do a loro qualche altra indicazione, ricordi flebili. Disconnessi. Mettono a verbale. Lo cercheranno ancora a Roma, e anche a Rieti. E torna l’ansia.

Signora Donatella sei una donna in gamba. Lo devo ammettere. Le stesse doti di tua figlia. Peccato dice, che ai suoi tempi non ci si poteva arruolare. È stata in Croce Rossa. Non le è bastato. Versandomi il caffè lentamente, racconta la sua vita con il sorriso sulle labbra, dosando ogni parola goccia a goccia, sillabando il nero liquido. Sola con i suoi quattro bimbi. Marito commissario ucciso in un agguato. Stefania ne ha voluto seguire le orme. Terribili momenti in questa famiglia. Felici di poter aiutare qualcuno. È in questa casa che ho saputo la verità, una verità ufficiosa, ma conoscendolo, mio marito… Una trappola. Questo è stato. In qualche modo è riuscito a sapere. Dove sarei andata a rifugiarmi. Gioia mi aveva avvisata. Hanno trovato le foto ingrandite, sparse nell’auto. Stampe a colori, di quasi tutte le mie conoscenze virtuali. Quella di Sergio e di altri due appese al cruscotto. Bene in vista. Bastardo. Non ha avuto pietà. L’ha colpito con la macchina. Scioccato con l’urto. Trascinato per tutto il paese dopo averlo massacrato di calci in faccia. Negli occhi. Allo stomaco. Un omicidio. Premeditato, Stefania ne è certa. Che la sua intenzione era il mio sequestro. La tortura. Giulio prima di partire si è procurato corde, nastri adesivi e catene, e altro… È una sorpresa. Tipo pericoloso mio marito.

Continua….


Feb 19, 2011 - Senza categoria    2 Comments

Velia. Post 14. Piangere

 

Post 14 Piangere

L’autista del taxi vuole intromettersi per forza nei miei pensieri. Ci prova più volte… mi sforzo di essere gentile, non mi va di parlare, non riesco. Si rende conto che mi trovo nel più totale sconvolgimento solo quando vede le mie lacrime. Non insiste più. Per tutta la durata del viaggio non spiccico parola, neppure per dirgli dove andare. L’indirizzo l’ho dato a lui, nell’appunto preso al volo sul tovagliolo di carta. Dalla statale imbocca la tangenziale verso nord. Ecco appare la sagoma. “Astronave astronave” gridava Lorenzo da piccolo additando lo stadio di Bari. Così è rimasto nella mia memoria. Ho deciso di chiudere con Roma, senza rendermi conto che questa frase è solo un ritornello, come quando dico non ci tornerò più. Mai dire mai Velia. Il tempo vola e la macchina già scende la rampa e il cartello che indica il policlinico mi ricorda la tragedia che sto vivendo.

Si dice che la realtà supera la fantasia. Io non ci ho mai creduto. Eppure. Mi viene continuamente da piangere. Sergio in queste condizioni. È in pericolo di vita e non posso avvicinarmi a lui, toccarlo. Per poterlo solo vedere da lontano ho dovuto raccontare una cosa non vera, che sono la sua compagna, e il mio “ti amo” urlato piangendo non l’ha potuto sentire. Lacrime vere. Non posso fare a meno di pensare che in buona parte è colpa mia, che io, in qualche modo io, con il mio comportamento, ho influito sul destino di un altro essere umano. Non c’è nessun parente; verranno, verrò scacciata. Anche Gioia verrà. Verrà a prendermi per portarmi a casa sua, ha detto. Ma io non andrò. Aspetterò qui. Non mi importa di correre il rischio di essere linciata dai figli aizzati dalla moglie. Ogni passo che sento immagino lei che mi addita, che urla. Anche lei accorrerà, ne sono certa; mi son messa nei suoi panni per poter riuscire a comprenderla. Ho cercato in me i motivi per capire se io da mio marito andrei, magari anche solo qui nei corridoi. Ma io ragiono con la mia di testa, la testa di una donna che ha vissuto tanti anni insieme ad un uomo e non può dimenticare ciò che di positivo c’è stato. Io non dimentico chi entra in me, certa che ci son casi in cui si deve poter perdonare il padre dei propri figli. Uno sterile perdono. Non credo che rivedrò mai più Giulio. Lo prenderanno, sì ma… un giorno forse tornerà libero. Ne resterò lontana, sarà come cancellare me stessa, un qualche cosa a cui ancora tengo, e dovrò sforzarmi per dimenticare. Sì lo so che potrebbero suonare strane queste mie parole. Un ripensamento forse. Ma non lo è…. Le occhiate oblique che mi lanciano questi poliziotti che vanno e vengono sono mannaie che mi staccano la testa. Dopo il verbale hanno cercato di allontanarmi, non sono una parente. I medici sono più umani, riescono a riconoscere un vero congiunto dalla disperazione dipinta negli occhi di chi ha voluto davvero bene a una persona. A loro non occorre chiedere documenti. Un improvviso trambusto. Grida isolate. «Papà papà!» e singhiozzi e poi il silenzio. Deve essere Maria, la figlia di cui mi parlava. Dopo dieci minuti un uomo entra in sala d’aspetto, poco più di un ragazzo. Mi guarda con un’aria, di chi sa… «Sono Rocco» alza timido un mano «Sergio è un padre per me». Gliela stringo, ho un groppo in gola. La vibrazione in mano mi riporta ad un’altra realtà; è Claudia. Non riesco a parlarci tanto è disperata. Molto più di me. Anche lei singhiozza e urla. Quando si calma cerco di consolarla. Le mie parole non sono adeguate alla situazione, né per lei né per me; occorrerebbe ben altro eppure le dico qualcosa lo stesso; e non è che siano frasi disconnesse. È il contesto che ne muta il senso. Mi conferma che Giulio è braccato in tutta Italia, anche se credono sia ancora qui al Sud; piange pregandomi di stare attenta. Sono stralunata e spaesata. Decidiamo di risentirci.

Dalle corse di medici ed infermieri deduco che le condizioni di Sergio stiano peggiorando. Gioia è qui da tre ore e da due cerca in tutti i modi di convincermi a tornare con lei ad Altamura, e aspettare. Secondo lei lasciare qualche contatto ai familiari di lui o telefonare ogni tanto in caserma è la cosa migliore. É convinta che ci faranno sapere. Non me ne vado se prima non so cosa accadrà a Sergio, e poi non credo che resterò a lungo con Gioia. Altre urla, strazianti, che ti lasciano senza fiato. Tutti corrono verso la rianimazione… C’è il capitano dei carabinieri che ho conosciuto prima e c’è anche il genero, Rocco. Mi ritrovo al suo fianco, che cerca di raggiungere la sua donna, Maria. Non ci passiamo dalla porta in tre insieme al giovane medico che esce. «È morto» ci fa, come a placare le nostre ansie «per avvenute complicazioni».

Il pianto libera il corpo, ma non la coscienza. Libera dalla tensione, che se ne è andata con Sergio. Non c’è più; già vivo il ricordo di ogni piccolo momento con lui, vibro con lui. Fiore ancora nel bocciolo brutalmente reciso. Lo vivo ora. Lo amo ora. Cosa accadrà di me non interessa; qualcuno mi abbraccia, chi mi chiama e mi porta fuori dalla confusione. Seguo questi uomini in divisa senza sapere dove mi porteranno.

Continua…

 

 

 

 

 

Feb 12, 2011 - Senza categoria    2 Comments

Velia. Post 13. Altamura

Post 13 . Altamura

Espone la sua idea senza enfasi, perché, dice, questo è l’unico modo per capire se ad Altamura c’è qualcosa che non va. Non mi vuol far correre inutili rischi. Il suo entusiasmo è al minimo, ma è comunque convinto che funzionerà. Credo lo faccia per farmi stare tranquilla, ma a me crea soltanto altra ansia «No. Sergio ho detto di no» mi agito appena e un leggero capogiro s’aggiunge al mio mancamento di poco prima, vorrei gridare: «Non se ne parla proprio…» ma non ci riesco, mi esce appena un sussurro. Al momento non ribatte, attende. Quest’uomo mi è vicino, in tutti i sensi. Penso un po’ a lui: un perfetto sconosciuto, almeno sino all’altro ieri, ed ora eccolo qui, che per convincermi cambia tattica. Mi si fa accanto. Un bacio a fior di labbra. È bellissimo ricevere calore umano. Ma da quanto tempo non ricevevo attenzioni, coccole? Dio solo sa quanto in questo momento ne ho bisogno. Si alza quasi di scatto, va a rifarmi il caffè. Me lo porta alle labbra «Non farlo freddare questa volta». Non posso parlare con la bocca piena; ne approfitta per spiegarmi come si comporterà. Quasi mi strozzo per rispondergli. Muovo l’indice come una lancetta impazzita; i miei no si scontrano con i suoi sorrisi. Ho paura. Non sono d’accordo. La tentazione di lasciarlo fare è forte, ma no, non posso. Scuoto la testa a destra e a sinistra. Non mi dà retta. Di testa propria si mette al computer, sulle mappe, sul satellite. Non riesco più a fermarlo, anzi vuole altre indicazioni da me. Mi chiede di tutto mentre si sposta su facebook. Ed è sulle immagini di mio marito che si sofferma a lungo, quindi passa su quelle di Claudia. Insiste per vedere quelle di Gioia, dei miei nipoti, di mio cognato. Gli indico la pagina, l’album dei ricordi; aggiungo che deve pensare alla sua, di vita. Alla sua famiglia. Io sono grande e vaccinata, non deve tralasciare il lavoro per me. Non mi risponde. Si alza. Mi bacia sul collo; sussurra nel mio orecchio che ha tanto tempo a disposizione, che non ha lavori urgenti e vuole aiutarmi e che se per favore accedo con la mia pass. Mentre lo usa gli dà del “diabolico” a questo social network. Come potevo dirgli di no? Adducendo cosa? Ed è così che a lui mi denudo della mia privacy… Mail e messaggini stupidi un po’ con tutti. Non si sofferma molto nelle mie cose, cerca solo conferme.              Impiega mezzora a far telefonate. Fornitori, parenti; credo si stia liberando da impegni già presi, e da chissà che altro…

Gli ho permesso di rischiare per me. Ma perché? Ho lo stomaco duro, mi sento bloccata da piccole fitte, dolori che si fanno sentire di più ricordando le parole di Gioia, il tono di lei, quando ha chiesto esplicitamente di non andare. Per ora, ha detto; precisazione che non cambia la sostanza. “Devo starmene eclissata”; questo è il termine che ha usato.

Si inizia così, col contare i minuti, quando si è in preda alle preoccupazioni per qualcuno a cui tieni. Sono in tensione ma devo saper aspettare.

Tre ore, dall’ultima telefonata con Sergio, da quando mi ha detto: «Ecco il cartello, Altamura, cerco un parcheggio vicino la piazza. Ti richiamo, a presto». Un secondo  ed è di nuovo lui: «Già mi manchi. Ti amo» e attacca, senza darmi il tempo di rispondergli. Mi ama? io sento di volergli bene, ho fatto l’amore con lui, ci sto bene, ma non credo di… Ho tanta confusione nella mia testa. Vorrei conoscerlo meglio Sergio, pur sempre un uomo, anzi no: è uno scapolo ammogliato attratto da questa nuova avventura, dal mio corpo, da tante cose di me.                  Non credo alle favole.

Mi decido. Lo chiamo io. Eravamo d’accordo del contrario, ma non ce la faccio più ad aspettare. Io dovevo solo fare squilli o mandare messaggi se fossero capitate delle novità, ma non risponde, non mi richiama. È libero. Insisto di continuo. Diventa irraggiungibile. Che ansia, troppa; non dovrei lo so ma dal tormento chiamo Gioia. Non risponde.

La frenesia di uscire mi assale, come una fame. Non conosco nessuno in questo paese, prenderò un tassì! Uno squillo mi fa trasalire. È il telefono di casa. Oddio! Chi sarà? La moglie… mi faccio coraggio, alzo la cornetta «Velia?» mi pulsano le vene del collo, non è possibile, non è possibile.

Continua…


 

 

 

 

 

Feb 5, 2011 - Senza categoria    2 Comments

Velia. Post 12. Idea

 

Post 12. Idea

…ed è in questo mio stato che la noto, la luna; nel mare si increspa, ondula. Il suo movimento pare voglia indicarmi il percorso: pozzo di luce nel mio buio, non sei mero satellite, né facile metafora in balia alle onde. Mi esalta il suggestivo trascinarsi delle ghiaie, gorgoglio e risucchio dell’acqua che si trascina tra gli anfratti scavati nelle rocce marine, tane di esseri ignari delle umane pulsioni. Dei sentimenti. Una melodia che si ripete da sempre, nessun amore potrà durare tanto. Mi volto, Sergio mi osserva; lo abbraccio senza capirne il motivo, se mai ce ne fosse. Non si stacca più da me. I suoi gesti amorevoli amplificano la capacità dei miei sensi. L’affetto che inizio a provare per lui aumenta. Ogni cosa questa sera mi ipnotizza. Velia attenta. Non scottarti… Quest’uomo è scapolo ammogliato con prole, non dimenticarlo. I miei pensieri si accavallano l’un l’altro. Si combattono. La battaglia dura poco. Il mio lato negativo soccombe, lascia spazio all’illusione, al credere possibili le durature felicità.

A cena ci offrono un antipasto che a Roma non esiste: Ricci di mare e seppioline crude olio e limone. «Cosa facciamo?» è un soffio che esce dalla mia bocca appena vuota del prelibato boccone. Perché l’ho detto? Non vorrei mostrarmi indifesa, ma la tentazione di potermi esprimere libera è forte, ed è deliziosa la sensazione di poter essere finalmente sincera. Non voglio più sentire menzogne. «Vuoi venire a casa mia?». Ecco, non me lo aspettavo. Non tentenna, lo dice sul serio. Sono sorpresa. Vedendomi indecisa insiste. «Non è una reggia, c’è un po’ di disordine, ci vivo solo». «E tua moglie?». «Te l’ho detto Velia. Sta dalla madre. Mi ha abbandonato. Ogni tanto vengono a trovarmi mia figlia e mio genero. Mauro e Luca hanno altro da fare, i figli hanno sempre impegni». «E Gioia? Quella poi si offende… dai no, portami da lei. Ci vengo un altro giorno, a casa tua». «E se ti ci porto domani mattina?» freme «Chiamala, dille che la mia auto ha un’avaria e il pezzo all’officina arriva domani alle dieci». Veramente l’avevo suggerito io; leggo complicità nei suoi occhi sorridenti «prendi tempo» lui pure nei miei, poiché insiste tenendomi la mano, carezzandola «Ci svegliamo con calma, prima di pranzo stai da tua sorella. Dai…». È tanto, troppo tempo, che non mi sento ricambiata così da un uomo. Ondate di sensazioni semisconosciute. In quell’istante arrivano i primi e il vapore non ferma i nostri sguardi. Mandiamo giù gli spaghetti con le cozze quasi senza girare. Una fretta improvvisa.

Ho pensato di essere una buona attrice; Gioia mi ha detto più volte di stare attenta, chissà cosa intendeva… Però domani per pranzo m’aspetta, a costo di venire a prendermi lei. Ha aggiunto di chiamarla prima a causa di un problema di Lia, mia nipote, che non mi ha chiarito. Non poteva o non voleva. Forse sua figlia era lì.

Finora Sergio non era mai andato tanto veloce «Meno di un’ora e siamo a Fasano, a casa» non riesce a celare il suo sorriso. È felice. Io non so, se esserlo…

«Tu mi stai tenendo nascosta qualche cosa Gioia. Dimmi la verità, cosa c’è? è accaduto qualcosa a Lia?». «Ma niente, niente; è che sai, beh, tua nipote ne ha combinata un’altra, non voglio dirti nulla al telefono, richiamami oggi pomeriggio alle cinque. Se non ci siamo che vieni a fare? non hai le chiavi. Tanto ci impieghi poco a tornare qui. Sei a Molfetta no? Non starai certo in mezzo alla strada, dico male?». Strano strano strano! Penso a male. Non chiedo altri lumi. Ho un brutto presentimento. Le invento che ho lasciato Molfetta, e perciò anche la stanza dove ho dormito stanotte, che questo amico che mi accompagna mi lascerà ad Altamura senza fermarsi. Affari urgenti lo attendono a Fasano già da ieri. Sergio mi interroga con lo sguardo, seduto al mio fianco, sul divano. Carezza i miei capelli, la mia mano. Resta serio nel darmi coccole. Un appoggio morale importante il suo; ma è come se avesse compreso qualcosa che a me sfugge. Devo ancora vestirmi. È in mutande e canottiera anche lui. Ci siamo presi il lusso di alzarci tardi… Fa una mossa, ci lanciamo uno sguardo d’intesa e riattivo l’altro telefono. Mi ha cercata una volta Gioia, si vede ha provato anche qui; poi Lorenzo. Giulio niente, Claudia a volte mandava messaggi. Infatti. Uno suo attira la mia attenzione, leggo con ansia. “Non conosco i tuoi motivi. Non so se ti perdonerò mai. Nessun posto è sicuro. Scappa mamma. Papà ti sta cercando”. Sergio si è accorto prima di me del mio tremore, delle lacrime. Faccio leggere anche a lui. Mi cinge le spalle con forza. Non ho vergogna a nascondere il mio viso nei peli del suo petto. Vado in bagno, mi lavo la faccia, mando giù un bicchiere d’acqua mentre lui prepara il caffè. «Qualsiasi cosa ci sono io, Velia, qualsiasi cosa». Telefono a Lorenzo, gli chiedo come va… Mi conferma. Papà è infuriato. Vuole sapere come sto, dove sto. Lo tranquillizzo che sto bene, che presto gli farò sapere. Mi confida che a lui non ha detto nulla ma l’ha visto rovistare dappertutto e che gli è parso strano che suo padre stesse per così tanto tempo al computer, e dopo ha prenotato una macchina a noleggio ed è partito. Mi saluta, mio figlio, e mi dice di sentire Claudia che forse a lei qualcosa ha accennato. Neppure chiudo con Lorenzo che cerco il numero di Gioia. Chiamo. Non risponde. Mi sento sospesa nel nulla, assorta. Lui alza la sua tazzina, la scruta dentro e manda giù. «Cosa stai pensando?» chiede posandola. Per la fretta di infilarsi i calzoni barcolla, dovrei ridere se non fosse per la situazione. «Tu lo sai a cosa penso, Sergio… Un po’ di paura ce l’ho, anche se non dovrei…» stai buona, stai calma, mi dico. Non devo sentirmi persa, un sospiro e poi: «…e se ad Altamura troviamo la sorpresa?» non riuscivo a dirlo. Le lacrime premono. Pensare a ciò che è stato. È un disturbo pensare, ma non sempre, a volte, i figli… No, non mi sento in colpa. Forse un po’ sì. Il caffè si è freddato. Non mi va più, lo scanso. «Chi? Lui? Tuo marito?». Pare arrivi dopo un’eternità questa sua risposta. Alza le spalle, cerca di tranquillizzarmi. Sono certa che ha compreso quanto potrebbe essere pericoloso Giulio, di cosa è capace. A caldo non ragiona, solo il tempo riesce a raffreddarlo. Sergio vuol dirmi qualcosa. Sta per parlare. Ci ripensa. Non si decide; si sforza ma il parto non avviene. È troppo titubante, e poi questo suo rassicurare, ammiccare, mima che ci penserà lui. Ma già dalle prime parole inizio ad agitarmi. Lo stomaco, sto male. «No no no…» ma lui continua. Non mi sta a sentire…

Continua…