Feb 19, 2011 - Senza categoria    2 Comments

Velia. Post 14. Piangere

 

Post 14 Piangere

L’autista del taxi vuole intromettersi per forza nei miei pensieri. Ci prova più volte… mi sforzo di essere gentile, non mi va di parlare, non riesco. Si rende conto che mi trovo nel più totale sconvolgimento solo quando vede le mie lacrime. Non insiste più. Per tutta la durata del viaggio non spiccico parola, neppure per dirgli dove andare. L’indirizzo l’ho dato a lui, nell’appunto preso al volo sul tovagliolo di carta. Dalla statale imbocca la tangenziale verso nord. Ecco appare la sagoma. “Astronave astronave” gridava Lorenzo da piccolo additando lo stadio di Bari. Così è rimasto nella mia memoria. Ho deciso di chiudere con Roma, senza rendermi conto che questa frase è solo un ritornello, come quando dico non ci tornerò più. Mai dire mai Velia. Il tempo vola e la macchina già scende la rampa e il cartello che indica il policlinico mi ricorda la tragedia che sto vivendo.

Si dice che la realtà supera la fantasia. Io non ci ho mai creduto. Eppure. Mi viene continuamente da piangere. Sergio in queste condizioni. È in pericolo di vita e non posso avvicinarmi a lui, toccarlo. Per poterlo solo vedere da lontano ho dovuto raccontare una cosa non vera, che sono la sua compagna, e il mio “ti amo” urlato piangendo non l’ha potuto sentire. Lacrime vere. Non posso fare a meno di pensare che in buona parte è colpa mia, che io, in qualche modo io, con il mio comportamento, ho influito sul destino di un altro essere umano. Non c’è nessun parente; verranno, verrò scacciata. Anche Gioia verrà. Verrà a prendermi per portarmi a casa sua, ha detto. Ma io non andrò. Aspetterò qui. Non mi importa di correre il rischio di essere linciata dai figli aizzati dalla moglie. Ogni passo che sento immagino lei che mi addita, che urla. Anche lei accorrerà, ne sono certa; mi son messa nei suoi panni per poter riuscire a comprenderla. Ho cercato in me i motivi per capire se io da mio marito andrei, magari anche solo qui nei corridoi. Ma io ragiono con la mia di testa, la testa di una donna che ha vissuto tanti anni insieme ad un uomo e non può dimenticare ciò che di positivo c’è stato. Io non dimentico chi entra in me, certa che ci son casi in cui si deve poter perdonare il padre dei propri figli. Uno sterile perdono. Non credo che rivedrò mai più Giulio. Lo prenderanno, sì ma… un giorno forse tornerà libero. Ne resterò lontana, sarà come cancellare me stessa, un qualche cosa a cui ancora tengo, e dovrò sforzarmi per dimenticare. Sì lo so che potrebbero suonare strane queste mie parole. Un ripensamento forse. Ma non lo è…. Le occhiate oblique che mi lanciano questi poliziotti che vanno e vengono sono mannaie che mi staccano la testa. Dopo il verbale hanno cercato di allontanarmi, non sono una parente. I medici sono più umani, riescono a riconoscere un vero congiunto dalla disperazione dipinta negli occhi di chi ha voluto davvero bene a una persona. A loro non occorre chiedere documenti. Un improvviso trambusto. Grida isolate. «Papà papà!» e singhiozzi e poi il silenzio. Deve essere Maria, la figlia di cui mi parlava. Dopo dieci minuti un uomo entra in sala d’aspetto, poco più di un ragazzo. Mi guarda con un’aria, di chi sa… «Sono Rocco» alza timido un mano «Sergio è un padre per me». Gliela stringo, ho un groppo in gola. La vibrazione in mano mi riporta ad un’altra realtà; è Claudia. Non riesco a parlarci tanto è disperata. Molto più di me. Anche lei singhiozza e urla. Quando si calma cerco di consolarla. Le mie parole non sono adeguate alla situazione, né per lei né per me; occorrerebbe ben altro eppure le dico qualcosa lo stesso; e non è che siano frasi disconnesse. È il contesto che ne muta il senso. Mi conferma che Giulio è braccato in tutta Italia, anche se credono sia ancora qui al Sud; piange pregandomi di stare attenta. Sono stralunata e spaesata. Decidiamo di risentirci.

Dalle corse di medici ed infermieri deduco che le condizioni di Sergio stiano peggiorando. Gioia è qui da tre ore e da due cerca in tutti i modi di convincermi a tornare con lei ad Altamura, e aspettare. Secondo lei lasciare qualche contatto ai familiari di lui o telefonare ogni tanto in caserma è la cosa migliore. É convinta che ci faranno sapere. Non me ne vado se prima non so cosa accadrà a Sergio, e poi non credo che resterò a lungo con Gioia. Altre urla, strazianti, che ti lasciano senza fiato. Tutti corrono verso la rianimazione… C’è il capitano dei carabinieri che ho conosciuto prima e c’è anche il genero, Rocco. Mi ritrovo al suo fianco, che cerca di raggiungere la sua donna, Maria. Non ci passiamo dalla porta in tre insieme al giovane medico che esce. «È morto» ci fa, come a placare le nostre ansie «per avvenute complicazioni».

Il pianto libera il corpo, ma non la coscienza. Libera dalla tensione, che se ne è andata con Sergio. Non c’è più; già vivo il ricordo di ogni piccolo momento con lui, vibro con lui. Fiore ancora nel bocciolo brutalmente reciso. Lo vivo ora. Lo amo ora. Cosa accadrà di me non interessa; qualcuno mi abbraccia, chi mi chiama e mi porta fuori dalla confusione. Seguo questi uomini in divisa senza sapere dove mi porteranno.

Continua…

 

 

 

 

 

Velia. Post 14. Piangereultima modifica: 2011-02-19T17:10:00+00:00da oroserio
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2 Commenti

  • Velia si fa trascinare dagli eventi e noi con lei che aspettiamo e vogliamo sapere cosa è successo che ha determinato la morte di Sergio anche se possiamo immaginare…

    buona settimana

  • “Fiore ancora nel bocciolo brutalmente reciso. Lo vivo ora. Lo amo ora…” Un’immagine che lascia senza parole, perché è così che accade. Così come accade che ci si affezioni alle persone, ci si attacchi loro, comunque siano, qualuqnue cosa siano. Velia non è una creatura di fantasia. Velia è quello che noi siamo, nel bene e nel male. Noi siamo Velia, a volte nello stesso modo, a volte in modo diverso. Cambiano situazioni, luoghi, persone.. Ma Velia è ciò che urla dentro di noi e che noi spesso mettiamo a tacere.

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