Archive from ottobre, 2011
Ott 14, 2011 - Senza categoria    3 Comments

Non è mai tardi

 

Non è mai tardi

Per volarci incontro

 

Per sognare

Il tuo viso

Che bacia

Il mio sorriso

 

Ed è sempre l’ora

Di cercarti

Nella mia mente

Già ci sei

 

Non è mai tardi

Per credere

Per amare

Per vivere

 

Ott 14, 2011 - Senza categoria    No Comments

Irene e Martina. Post 5, il cucciolo

Irene e Martina, Post 5 Il cucciolo

Cerca di creare il minor ingombro. È un’impresa impossibile. Pare Martina si renda conto solo ora di quanto sia enorme il mezzo. Ogni giorno percorre anche centinaia di chilometri; non è che è la prima volta che ci pensa, ma in questo caso la fretta fa peggiorare la situazione.
Comunque riesce. Alla svelta. Parcheggia in parte sulla banchina. Al diavolo le regole. Lampeggianti inseriti.
Teme per il cucciolo. Forse lo può ancora salvare. Chissà di chi è. Chi piangerà della sua scomparsa. Un’occhiata rapida. Svelta di qua e di là.
Salta sull’asfalto molleggiando sulle ginocchia e prende immediatamente a correre. Corre per un bel pezzo lungo la strada nel senso opposto a quello di marcia.
Non si vede. Non c’è più.
Mesta torna verso il camion.
Sembra scomparso, aguzza l’udito, continua a cercare.
Fare quel lavoro ha i suoi vantaggi. É libera di pensare, ma ora no. Non dovrebbe. Non ne ha il tempo.
I pensieri non le si fermano, come il fiato grosso. Non crede sia grassa. Non è neppure magra con il suo metro e sessantacinque… La divisa della ditta le appiattisce le tette.
Qualcuno ha il coraggio di dirle che è una bella ragazza. Forse solo per abitudine, per non perdere il gusto di provarci, con l’unica “femmina” dell’ambiente. Andrebbe bene anche lei per quelli. Una botta e via. Ci son stati ragazzi seri. Peggio ancora. Attivano la sua perenne indecisione. In qualche modo li scansa. Impostori e pretendenti. Li fa fuggire. Riccardo le piaceva, ancora lo ha in testa. Un po’ di bene gli vuole. Ancora. Avrebbe potuto amarlo se fosse restato a Roma.
Ne scaccia il ricordo.
Non ha mai ben compreso neppure se stessa. Se prova piacere o no quando riceve avance. Fredda. Titubante.
Non crede a lei come donna piacevole. E non fa nulla per farsi desiderare. Capelli maschi, biondo naturale.
Una macchina le lampeggia.
“Che cavolo vuoi?” con la mano. Muove appena le labbra.
In mezzo alla strada; è in difetto, non è normale per lei.
Si porta sul ciglio.
Lungo le villette nulla. S’avvicina al casale. Ristrutturato da poco, si nota la siepe, ha una smagliatura.
Ecco da dove è saltato fuori il cane. Guarda meglio, si sofferma lì, tracce, all’angolo tra la cunetta e il muro. Guaiti… è vivo! È ferito.
I lamenti sono struggenti.
Poverino non può essere solo spavento.
Ha le lacrime agli occhi Martina.
Lo prende in braccio. La delicatezza di una mamma. Lo sente tremare. Lo stringe a sé. Vibra con lui, freme. Si guarda intorno. Torna di corsa verso l’autocarro.
É certa che il cagnolino come minimo ha una zampa rotta. Le fa schifo un po’; indugia tra i peli ma non ci capisce nulla. Apre lo sportello destro e adagia il cucciolo sul tappeto. Chiude e va al posto di guida.
S’immette nella corsia di marcia guidando con ritrovata fiducia. Come il più esperto dei camionisti.
Il cane piange.
Butta un occhio giù a destra. Vorrebbe vederlo.
Non vuole distrarsi. Ma c’è sangue sulla moquette.
Un lago. Sbanda. Riprende in tempo prima della curva. S’accorge di avere le mani sporche. Di rosso e di fango.
Anche lo sterzo.
Non sa che fare. Una stretta allo stomaco, dispiacere, anche per il camion. Scala le marce. Si ferma nella prima area disponibile. Un parcheggio abbandonato, una volta c’era una trattoria. La fontanella è ancora là.
Pensa al da farsi. Certo, un veterinario.
Avrebbe dovuto pensarci già prima di rimettere in moto. Dove ne ha visto uno? …dovrà uscire fuori itinerario una decina di chilometri. Scende. Apre di nuovo lo sportello destro, sale direttamente da lì a prendere le salviette imbevute, una bottiglia, attenta a non schiacciare il cane. Afferra una giacchetta non del tutto sporca e si lancia a terra in modo troppo spericolato.
Per poco non si azzoppa. Va a riempire.
Torna; pare che l’animale la guardi stupito. Lo capovolge, pulisce alla meglio. Il sangue ancora fuoriusce.
Lo fascia con l’indumento che ha inumidito. Gli forma una culla sulla moquette. Lo lascia. Il cucciolo riprende a piangere.
Lo accarezza… Senza attendere altro lo abbandona ai suoi lamenti e chiude.
Al posto di guida rammenta a se stessa che deve avvisare.
Lo farà. Non è una dipendente della ditta; è un padroncino e se serve saprà far valere la propria autonomia.
Come faceva papà. Il padre; una persona stimata.
In banca le consigliarono il leasing per portare a termine il suo progetto.
Il nuovo mezzo.
Si sentiva la persona più felice del mondo.
É triste «Non morire, non morire» esclama. Gli parla «io e te diventeremo amici per la pelle».

Irene si siede. Sotto di sé la foto della donna. Non la conosce. Non sa se è famosa.
Muove le cosce. Ne vede il viso felice. Cazzo si ride? Chissà chi è?
L’agitazione le ha mescolato il sangue. Non ha più freddo. Anzi una forte sensazione di caldo sulle gote. Che ora hanno lo stesso colore dei capelli, scesi oltre la base del collo.
Se ne è andato, il cliente, in uno dei suoi profondi dimenticatoi. Battaglie che capitano sin troppo spesso.
Tipi che hanno tutto da perdere, non sono pericolosi. Vigliacchi. Tirano fuori la violenza con i deboli. O con chi credono sia debole. Sorride; pensa a ciò che potrebbe fare. Potrebbe rovinarlo, procurargli noie, il vetro rotto. S’è sentito. Dovrà inventarsi scuse con la moglie… sai che scene a casa se scoprono che va a puttane. Basterebbe che lo sapesse la suocera. Le torna il buon umore.
Il traffico è più consistente, qualcuno accenna a fermarsi. Muove il sedere sul viso della modella. Per accomodarsi un po’. S’aggiusta i capelli, un furgone s’avvicina, lei alza gli occhi… Quello tenta l’accosto, un grosso camion da dietro suona. Trombe. In continuazione perché è costretto a frenare. Per non andargli addosso. Non può avanzare. Né azzardare sorpassi. L’odore dei freni, olio bruciato e polvere, tanta polvere. La cabina, alta, ce l’ha di fronte, ferma a causa delle troppe auto in senso contrario. L’uomo che si stava interessando al suo corpo è costretto a riprendere la marcia. Lo fa roteando l’indice in un “ripasserò”.
“Ora mi andava” Irene pensa al buon cliente perso. Vuol vedere in faccia quello stronzo che… La sorpresa è ben visibile sulla faccia della prostituta.
Occhi giovani si incrociano, si scrutano. Qualche secondo, e poi…

Continua…

Ott 2, 2011 - Senza categoria    1 Comment

Irene e Martina. Post 4, il cliente

 

Irene e Martina. Post 4, il cliente

 

 

 

Percepire le salite… socchiudendo gli occhi; e poi le discese, dalla tonalità dei giri. È la sua specialità. E altri giochi solitari. Per gustarsi il meglio non ascolta musica. Solo la radio gracchia. La radio della ditta con la quale comunica con i suoi colleghi. La distoglie dal fantasticare il nitrire dei cavalli.

Si dà della matta Martina. Sempre sovrappensiero.

Ma! Cazzo! un cucciolo laggiù!

Si vede. Non si vede.

«Fermati!» urla «Fermo là!».

Non può sentirla. Trotterella.

Un po’ avanti. Un po’ dietro. Se ne va tranquillo per i fatti propri.

Dev’essere saltato fuori da quelle villette a schiera.

Siepe fitta fitta.

Ora è indeciso sul ciglio della strada.

Lei è veloce.

Pigia il servofreno solo quando gli sta quasi sopra.

Ha una stretta nel petto.

Scarta di sterzo. Di qualche centimetro. Ha macchine dietro, quindi poco freno.

Rumore cupo. Classico del motore depresso. Il pesante automezzo neppure si scuote.

Non può bastare.

Inchioda! Rilascia subito il pedale. «Scansati scansati. Fermo, via via…».

Un inutile istintivo colpo di trombe «Noo!». Martina ha il cuore impazzito.

Tratto in curva. Non poteva spostarsi di più verso il centro. Frenare troppo pericoloso. Le si poteva infilare dietro qualche autovettura. Poteva morire qualcuno. Inutilmente magari.

Ha chiuso gli occhi. Pure quelli in ritardo. Quando è stata certa di poterlo fare senza rischi. Si giustifica. È stata troppa fredda. Troppo professionale. Si accusa.

Se fosse stato un bambino a saltar fuori all’improvviso?

Non sa cosa è accaduto al cucciolo.

Dai retrovisori non si vede nulla.

Con calma manovra.

Prega Dio di non averlo schiacciato. Si accosta. Tanta tenerezza dentro di sé. Umore indescrivibile.

L’amaro in bocca. Le quattro frecce accese. Non trova di meglio che fermare l’ingombrante mezzo ai margini della strada.

 

 

 

«Non avresti potuto fare altro tu nella vita» urla il cliente «puttanella rotta in…» arriva un’auto con i finestrini aperti. Continua a sibilare tra i denti epiteti irripetibili. L’altra macchina non si ferma. Ma lui non ha coraggio, né di urlarle contro né di avvicinarsi troppo, a quella ragazza. Rimonta in macchina vedendo che lei non demorde. Anzi Irene gli si avvicina minacciosa. Agitata risponde al telefono. A voce alta. A chissà chi.

È incazzata da far paura. Con gli occhi di fuori lancia un colpo forte sul cofano. Con quella lurida mano, pensa il cliente. Preso da mille scrupoli non sa decidere . Ingrana la marcia. Ha troppo da perdere… Le avrebbe dato sì altrimenti una bella lezione a quella. Ma lui è di zona. Qualcuno potrebbe riconoscerlo. È una brava persona lui! Le mani non se le sporca con una di quelle! Lui! Ha moglie, due figli, nipotini lui!

«Ferma troia» con il naso fuori dal finestrino «che cazzo fai sporca… » tira fuori il peggio di sé, a mezza bocca. Tanto da udirle sì e no lui le sue parole mentre lei seguita a colpire la macchina.

«non la toccare» le inveisce «tornatene al tuo paese di…» il rumore della propria sgommata copre il suo razzismo gratuito.

«Spacco io a te!» è libera di urlare Irene. Lancia qualcosa che aveva in borsa. Colpisce il lunotto. Minimo lo scheggia; il rumore di schianto non lascia dubbi. Il cliente disorientato se ne va.

Sorride Irene. Non ha fatto alcun numero. Non c’era nessuno a parlare con lei. Il solito trucco di quando le cose non vanno per il verso giusto. Uno dei tanti espedienti.

Non solo. La targa della macchina, colore e modello su di un taccuino…

Non si sa mai!

 

Continua…