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Nov 20, 2011 - Senza categoria    1 Comment

IL PADRONE DELLO SCAMBIO

È stata questa parola, sei malato, che mi ha fatto cambiare. Anche tante altre, è chiaro; ma è ai troppi “sì sei malato Ugo” che non mi sono più ribellato. “Forse sono malato davvero”, ho pensato. Ad un punto della propria vita si dovrebbe far valere le proprie ragioni e non subire ogni sorta di discriminazioni; cosa ci posso fare se le malelingue hanno avuto più credito di me? Ed io? Io nulla. Qualche sporadico sfogo, del quale venivo puntualmente deriso. Le offese dal corpo alla mente marciscono l’anima. Fanno il viso rosso, mandano fuori controllo, fanno esternare le proprie ragioni con esplosioni di rabbia «Tu stai fuori Ugo» si passa al torto «stai male, calmati, fatti curare» si prendono maledette risposte «Fanno bene Ugo» da tutti, genitori compresi «se ogni volta che uno ti parla gridi in questa maniera». «Dirti Gay è dirti poco» mi faceva quindi notare, calmo, mio fratello, che sempre al mio fianco quel giorno non c’era, che con quell’uomo, il padrone delle scambio, me la sarei cercata. E da lui, da Pietro, sangue del mio sangue, la persona che ancora stimo più d’ogni altro, da lui non me lo sarei aspettato. Riflettendo gli ho dato ragione. Un altro carattere, lui, forte senza essere aggressivo. Io un debole, sempre… Ho bevuto per anni che questa mia abitudine fosse una patologia. Ho somatizzato. Non so quando iniziò, quando davvero mi son reso conto che non poteva continuare. Ritrovarmi in strada senza logica. Non senza ragione. La ragione l’avevo: cercare la verità. Ho iniziato a passeggiare senza meta per trovarla, non c’era; quindi uscire dai portoni come un ladro dopo aver letto nomi sui campanelli. Un crescendo, sbirciare nei cassonetti, chinato sotto le macchine, cercare cercare. Ombre che con fare sospetto da sotto i camion parcheggiati venivano fuori. Allontanato dagli autisti. Qualcuno di loro, anche se veniva da lontano, magari in sosta per dormire, mi chiedeva come mai, e poi, animo buono impietosito dal mio sfogo mi faceva salire sul suo mezzo. Sino alla pace. Arrivava, arrivava. Dopo. Dopo non mi bastavano più rotaie da seguire che come fiume nell’alveo scompaiono a tratti inghiottite da spalle di cemento, dagli irraggiungibili greppi. Senza perdermi d’animo m’imponevo ai frapposti ostacoli. Penetravo nelle proprietà, sotto le recinzioni, nei giardini. Come solo un cane o un disperato sa fare. Non disperato a tal punto come ebbe a credere la signora del casello. Al mio poggiare la testa sul binario alzò le braccia al cielo blaterando sulla bellezza della vita. Mi portò in casa. Lungo e articolato il suo sermone. Come un figlio l’ho dovuto sorbire. Finalmente al ponte un giorno capii. Potevo farcela. Quella stessa linea confluiva nelle altre formando file allineate. La stazione. Il vecchio treno. Forse era l’ultimo cimelio del passato. Con le sue carrozze di legno vi si alternava ogni mezzora. Lo scambio avveniva da Nord. Al semaforo verde ripartiva prima il nostro, cioè quello che passava là sotto dove eravamo noi, all’altro lato rispetto a dove sono ora. Vedevamo quell’uomo manovrare manualmente nei meccanismi automatici, quando eravamo presenti all’ultima curva, nascosti ad arrotare chiodi rubati al cantiere che si trasformavano in coltelli ad ogni passaggio di treno. Sempre più sottili, sottili come i ricordi che la mente ha impressi ma che non vengono mai sradicati del tutto. Come l’ultimo albero vicino al binario morto. Vicino allo scambio. Non c’è più nulla laggiù meglio restare qui, in stazione. Qui c’è la vita. Pendolari, migranti e turisti passano, vivono, bivaccano in questo avamposto di un’era moderna oramai antica. Che non tutti rispettano. Il mio comportamento è giudicato anomalo. Nei discorsi su di me la gente usa ancora parole dirompenti, ma non mi fanno più nulla. Si sommano a quelle vecchie e con il tempo che passa il valore negativo delle chiacchiere diluisce e perde di coerenza. Il mondo non va visto come costruzione nata da un progetto, ma come parte della natura. Opera d’arte meravigliosamente imperfetta, della quale si può e si deve godere. Io ne godo. Adoro quest’umanità in arrivo e in partenza. Sono elettrizzato da questa mia voglia di amare tutti, questa gente che sale che scende. Che attende qualcuno. Visi indifferenti si sbirciano in fretta. Occhiate mai uguali, diversificate dall’umore, dai sentimenti; lanciate da chi ha più tempo a chi ne ha meno. Vestiti, bagagli; ogni cosa viene scandagliata da chi può. Il colore della pelle. Di tutto ciò mi ubriaco. Chi va di corsa si perde qualcosa. La tenerezza di chi non sa dove andare. Sono affascinato dai sottopassaggi, dalla scale, da ciò che non riesco a vedere dalla mia panchina, dal microcosmo che questa ospita. Oggi è in affitto a un barbone mai visto e a una coppia di innamorati. L’uomo ci è caduto sopra e si è addormentato subito, seduto di sguincio. Russa appena, starà scomodo. Non crediate! Non è un relitto della società. Lui è, la società! La ragazza tocca il viso al suo amore, lo sfiora con le punta delle dita, lo mangia con gli occhi. Si baciano incuranti dell’uomo, del probabile lezzo. La passione ci dà il paradiso in terra. Tura i nasi e apre i cuori alle persone. Il ragazzo si muove troppo, finisce con le proprie gambe su quelle dell’uomo. Anche i loro sederi si toccano. Umani contatti: lo schiavo dei sensi incontra lo schiavo di una vita che nessuno auspicherebbe per sé. Non vedono e non sentono ciò che accade intorno a loro. Indulgente invece osserva, e per questa volta lascia correre, il tranquillo agente della polizia ferroviaria. Ha una storia tutta sua questo nodo di scambio. Un intreccio di binari che è stato e resta essenziale. Da oltre un secolo qui si smista la destinazione di merci e passeggeri. Qualcuno mi saluta, convinto di conoscermi. È così che contribuisce, anche se solo per pochi istanti, a migliorare il mio umore. Istanti bellissimi, nei quali sorrido, ricambio. Battiti di ciglia che mutano la maschera della mia diffidenza. Si dice in giro che verrei qui per secondi fini. A fare cosa? A vedere cosa? Stringo i pugni. I denti digrignano nella mia bocca. Mi rammentano il male. Calma Ugo, non ci pensare. Finalmente il treno. Da laggiù in fondo riflette i raggi del sole. Cresce. Si deforma scartando a destra e sinistra; avanza verso di me. Forza i binari sino ad allinearsi alla nuova destinazione. Grazie agli scambi. Noi questo lo sappiamo sin da bambini, dai trenini in scala. Prima della costruzione del ponte li abbiamo anche toccati. Uno scambio era là sotto. Due generazioni fa, per evitare chilometri a piedi, c’era solo la possibilità di percorrere la scorciatoia, scendere il sentiero. Là sotto a sinistra c’era la valle, la nostra valle, un lembo di terra, un orto di guerra curato e abbandonato più volte. Nascosto dalla vegetazione, lussureggiante, la nostra giungla. Zucche lunghe mezzo metro. Frutti stregati, si diceva, e il binario morto vi passava in mezzo. Il padrone dello scambio abitava nel vagone abbandonato. L’orco e il suo castello. Qualcuno quel giorno vide. Vide tutto. Quel qualcuno conosceva bene la mia famiglia. Mio padre. Che vergogna, i pianti, le scuse. Che non era vero lo dicevo senza crederci. Ho ancora adesso in mente quei volti che si affacciarono quando il treno stava frenando. Non si fermò il solito istante. Eravamo rimasti in due a giocare allo scambio. Noi colpevoli d’innocenza. Gli adulti immaginano ogni cosa prima che accada, e dopo non si può mentire. Senza giudice e senza appello le umane sentenze vengono emesse. Le malelingue lanciano epiteti e ingiurie che tagliano la testa da far invidia al peggiore dei boia. Chi al male è avvezzo si rigenera, arricchisce le proprie esperienze. Si plasma. Temprato è più forte. Come per un delinquente incallito la prigione è trofeo. Torno al presente. Mi guardo intorno. Il mondo è cambiato, il casual impera. Il mio completo grigio stona negativamente, più dello stravagante che abbonda indosso all’umanità varia. Non salgo sul treno. Non oggi almeno. Le brevi distanze non mi interessano. Quando mi va mi faccio cullare ore ed ore; lunghi viaggi ad osservare le stagioni umane sino alle montagne. Lì raccolgo sguardi stranieri che mi riaccompagnano nelle pianure della vita. 
Un posto per sedermi. Immortalo ricordi. Lontano da tutti. Il marciapiede termina nella cunetta, si perde nei ciottoli. Lì a fianco i binari l’un l’altro si penetrano. A coppie si scindono. Le scissioni si accoppiano e le rotaie parallele fuggono via. Brucia dentro il mio rivangare. Non mi occorre matita per descrivere le derisioni. Brutali. Più delle violenze, che se si riesce a nasconderle giacciono profonde. Dietro l’orto. Dietro le fratte. Dietro il vagone. Non sentite i grugniti di soddisfazione? Scatta, lo scambio. È operativo, funziona. La parola scambio è un osceno doppiosenso. Osceno e doppiosenso sono alcuni dei termini il cui significato ho imparato nel tempo. Da adulto. Posso dire da adulto. Non da uomo.