Archive from ottobre, 2013
Ott 19, 2013 - Senza categoria    No Comments

Mica dormo, io. Post quinto.

 

 

Mica dormo, io.    Quinta ed ultima parte…



Sono imbarazzatissima. «Sempre la solita scema», borbotta quello stronzo di Marcello. Lui e Gina, con i bicchieri pieni in mano, giocano a intrecciarsi le braccia. Sento il calore che mi sale sulle guance. Sarà stato il fuoco. Sarà stato il vino. Che ho caldo non mi va di dirlo. Il mio cappotto è un pezzo che me lo son tolto; è il golfino, che ho pesante. Con mio stupore si spogliano. Come se mi avessero letto nella mente. Lei si toglie il poncio, mio marito la giacca. Silvano si sfila la maglia di lana, la camicia che porta sotto non la vedo adatta ad un uomo della sua età. Troppi ricami fantasia. Gli siedo accanto. Mi sento sciocca. Afferro il calice di nuovo colmo che lui mi offre. Speciali questi ricci di mare. Mi chiedo dove li avranno presi; mi rammentano i viaggi con lui. Quello in Puglia si fa strada. Voglio andarmene. Non mi va di vederli sbaciucchiare. Non era questo il programma. Per Gina e Marcello non esistiamo più, hanno troppo da fare. Silvano, con un’espressione di dolore represso, alza le spalle. Mi versa ancora. Mentre il fuoco scoppietta io e lui ci guardiamo. «Ti mostro la casa», mi fa «vieni». Mi prende per mano. Stranamente glielo permetto. Il mio sorriso, mentre lo seguo, è di cortesia. Verso l’uscita, dopo l’angolo, c’è il bagno. Apre. Mentre osservo mi parla della marca dei servizi, dei lavori che ha fatto. Tutto con le proprie mani. Esce. Prima di proseguire negli altri ambienti s’affaccia a vedere quegli altri due. Che brutta smorfia che fa. Chissà cosa ha visto; provo a indovinare. Ho voglia di guardare. Pomiciano, avvinghiati senza ritegno. Credevo peggio. Lei ha una mano sullo schienale. Lui con un braccio le cinge le spalle, nude. L’altra mano sotto la coscia. Silvano se n’è andato; mi precede verso l’altra camera. Lo raggiungo. Osservo i dettagli. Invidia malcelata la mia. Ci andranno Gina e Marcello a dormire, a scopare. Silvano pare non gliene freghi nulla. Mi sta spiegando che le spalliere sono di ferro battuto autentico, che il baule è di bla e bla e bla… Io non ascolto. Mi siedo sul bordo del letto. Come una bimba, col sedere, inizio a ballarci; prima piano poi sempre più forte. Sono molto triste. Me lo ritrovo al mio fianco che salta anche lui. Ridiamo. Non ho mai capito, come accadono, certe, cose. Erano anni che non venivo baciata così. Passione. Trasporto. La mia voglia. Di ricambiare. Sento che armeggia con i miei bottoni. L’unica rimasta vestita in modo decente là dentro sono io. Sarei curiosa di vedere Gina ora. «Aspetta» gli faccio «sto soffocando», In effetti la temperatura è alta, «Mica c’è solo il camino», dice lui, con evidente voglia di parlare «i termosifoni sono automatici, qui, una mia invenzione». Ma che mi frega. Non approfondisco. Mi gira appena la testa, ho bisogno d’aria. Finisco di sbottonarmi questa, che più che maglia mi pare un secondo cappotto. Lui finge di sistemarmi i capelli. Mi carezza le spalle. Ora lo gelo: «Non ti fare strane idee», dico con disprezzo. Non mi sente. È già al lavoro, baci, sulle braccia, sul collo. Non so che dire. Che fare. Mi attrae a lui. Finiamo sdraiati. Ha un profumo… diverso da Marcello. Con le labbra mi sposta il reggiseno. Troppo silenzio di là. Cosa faranno? D’istinto mi volto. Stanno qui, in piedi sulla porta, mano nella mano, ad osservarci. Mi alzo di scatto e urlo. Il mio viso si fa più rosso della brace. Mi vergogno. L’espressione sui loro volti è indefinibile. Scrollo via Silvano, che mi dice dolcemente di star tranquilla. Mi ricompongo. Mi siedo sul letto. Lui dal mio fianco non si muove. Non so perché ora è in canottiera. Con il suo forte braccio mi stringe a sé. «Ecco finalmente l’occasione buona per parlare», sibila rauco mio marito. Lui e Gina fanno due passi. Si siedono. Lui al mio fianco. Lei accanto al suo ex. Siamo tra loro due. «Sì, forse è meglio», rispondo stizzita. «Così ce ne andiamo». Voglio alzarmi. Non riesco. Non come avrei voluto fare. Il padrone di casa non molla la presa. Mi rilasso. Riprende a carezzarmi il collo. «Non ti va di parlare con me adesso? Giovanna?», sta dicendo invece Marcello, che per attirare la mia attenzione mi dà colpetti sul braccio. La sua mano mi vola dietro le spalle, e sa come scendere; ora risale, sui gancetti del reggiseno. Sento. Mi sorride mentre lo guardo. Silvano se ne sta voltato a sinistra, verso la sua ex. Senza mollarmi le sta facendo gentili apprezzamenti. «Che profumo ti sei messa?», mi sussurra Marcello. Pare si sia addolcito, quest’uomo che ho amato. È a lui che fino a un’ora fa dicevo di amare alla follia. Che avrei fatto di tutto, pur di riaverlo. Lo sguardo che ha ora su di me lo conosco fin troppo bene. Sa d’amore, mentre simula di annusare essenze, odori. Eppure m’ha vista mentre baciavo un altro. È la prima volta. Non ditemi che sono strana. Ho il suo naso che passeggia sul mio viso. Naso labbra e lingua, conoscono bene il percorso, anche il mio volto si bagna. Il reggiseno cade ai miei piedi. La mano di Silvano, quella che aveva sul mio collo, carezza ora sapiente le mie spalle. Se la sarà dimenticata là da prima, visto che con Gina si stanno baciando. Niente di male ma non ci capisco più nulla. Credo si stia facendo tardi. Devo andarmene; con un capezzolo tra i denti di Marcello però sarà difficile. Sospiro. Chiudo gli occhi. In fondo è ciò che volevo. Mio marito ha scelto di nuovo me, scende, risale, scende. Mugolo. Ci ameremo per sempre. Le calze, brividi, mi si tolgono, da sole. Ora mi alzo. Non mi sapevo così, ma cosa aspetto? Son di un tocco, queste mani… Silvano bacia da dio, mi tocca dappertutto, con queste dita, troppe, troppe, le riconosco, le riconosco, che mi pulivano, delicate, delicate, provo a indovinare, il fango, le cosce, mica tanto tempo fa, in macchina.

Ott 13, 2013 - Senza categoria    No Comments

Mica dormo, io. Post quarto.

 

Mica dormo, io. Quarta parte

 

 

«Siete voi ora la coppia, giusto?», devo scuotere la testa per uscire dal mio vagheggiare. «Non capisci eh?». Non risponde. Mi decido, esco anch’io; non voglio fare la figura della scortese. Il suo ombrello è così piccolo che per non bagnarmi devo stringermi a lei. Sotto al balcone lo richiude. Lo strizza, gira l’angolo del muro. La seguo. lo ripone in un mobile da giardino. Da dove eravamo non era visibile. Mi faccio l’idea che conosce bene il posto. Lei qui già c’è stata, è chiaro. La conferma mi arriva quando apre la porta e m’invita ad entrare. Da vera padrona di casa. Con la testa dico di no. Però sbircio l’ambiente: si sviluppa ad elle rovesciata, la parte lontana a destra infatti mi è invisibile. Gina scompare laggiù, nei riflessi di luce che arrossano il buio. Potevo entrare, sono stata stupida ad aspettare fuori, a prendere freddo. Ho l’acqua nelle ossa. Mi avvicino allo stipite e mi ritrovo ad origliare. Parlano, ma non si capisce. Il brusio è lontano, è indecifrabile. Tentenno un po’, infine entro; come si fa a non accorgersi del silenzio improvvisamente calato? Parlavano di me? Ma certo, che cretina che sono. I miei occhi esplorano: Albero natalizio; tavolo rotondo; tovaglia verde, di quelle che ci si gioca a carte; e poi calici, una bottiglia di brut di quelli buoni. Ciocchi al camino che pare capodanno. Mio marito se ne sta accucciato intento al fuoco. Lei gli è dietro, alquanto scosciata, nella stessa posizione di lui. Si volta, mi guarda, si ricompone. Gli dice qualcosa mentre si alza. L’altro non c’è. «Carino qui», esclamo. Chissà quanto gli metterà d’affitto. «Finalmente, Giovanna», esclama Gina nella parte dell’amica soddisfatta di vedermi. «Si sta facendo la barba», sussurra mimando il rasoio sul viso e indicandomi il bagno. «Ma chi?», dico io, che come al solito ci metto qualche secondo buono ad afferrare le cose, che parla di quello, di Silvano, e alzo le spalle. «Non ce ne andiamo?», quasi urlo, per farmi sentire da Marcello. Non m’importa di apparire petulante, «Non dovevamo parlare da soli Marce’, che ci facciamo qui?», non riesco a frenare la lingua: «In tre eravamo già troppi, senti, io me ne vado, ciao…». Marcello si alza, con l’espressione cattiva, strafottente: «Vedi? L’ho trovato l’alloggio», fa il duro «e mi sta pure vicino al lavoro». Lei non si impiccia, armeggia con l’attizzatoio, per non far spegnere la fiamma. «Non è il caso di fare sceneggiate», gli dico, ma lui mi s’avvicina. Troppo. Lo schivo. M’abbasso al fianco di Gina. Il poncio di lana che ha sulle spalle è forato, trasparente, le si vedono gran parte dei seni. Soffio sul fuoco; prima non l’avevo notato. Non lo portava. Si è cambiata qui? Qualcosa non mi quadra, vorrei ragionare, ma Marcello m’è dietro, m’abbraccia; una sua vecchia tattica. Mi divincolo. Lo mando a quel paese. «Lasciala stare!», grida Gina alzandosi di scatto: «La smetti?». Il rimprovero è serio, «Vuoi che me ne vado?». Mi faccio l’idea che non sono al primo litigio. Lo prende per un braccio, lo porta sul divano, lo fa sedere. Dall’alto gli alza il mento e lo bacia sulle labbra. Lui torna mansueto. Io vorrei spaccare tutto. L’ha solo calmato; sì, certo, lo so… Mi sento umiliata. Si dicono qualcosa. Lo lascia. Torna da me; una pacca sulla spalla, m’indica il camino, mentre m’abbasso mi stropiccia i capelli, poi mi si accuccia vicina. Coscia a coscia m’insegna ad attizzare. Sono impacciata. Con lei. Con il fuoco. Sento la voce di Silvano. Sta parlando al telefono: «Non m’aspettate stasera, ho da fare con Marcello… sì, sì, il lavoro, certo». È appena uscito dal bagno, i suoi occhi incontrano i miei. Prima di parlare si accerta di aver chiuso la comunicazione: «Te l’ha detto?», ha un tic, o forse mi strizza l’occhio, tanto da arrivargli al naso, con quest’ultimo mi ci indica la bionda. «tra donne, capirai, t’avrà spifferato tutto di me…». Per un attimo m’è parso strabico. Ora il viso gli si rilassa; comunque, sinceramente, non capisco di cosa parla. Mi rendo conto di osservarlo. Un po’ troppo, forse. Si è cambiato. Anche lui. Senza barba sembra un altro. «È stato il mio uomo», sospira Gina, che tra una smorfia e l’altra sbuffa: «Sette anni di convivenza». Non faccio in tempo a metabolizzare che sento un botto. Un tappo vola. Mentre io ho un lieve soprassalto, questo prende lo spigolo di un enorme trave di legno, ridiscende sulla mia spalla e scompare sotto il divano. «Non venite?», ma quanto è tranquillo adesso mio marito: «Uno spuntino ci vuole, vieni Giovanna, ci sono i frutti di mare che piacciono a te». Non vorrei. È il secondo oggi, di brindisi. Silvano siede. Io resto in piedi. Marcello, col suo piattino pieno, se ne torna sul divano. Posa il calice in terra, lei con fare languido si sposta, sono fianco a fianco. Non ce la faccio. Volto lo sguardo sulle ostriche, ne vado pazza; ci sono anche fasolari, tartufi. Mi guardano. Sono forse troppo vorace? Sorseggio. Questo prosecco è speciale. Per fortuna i piccioncini ora mangiano, non tubano più, fanno poche smancerie. Almeno questo. Forse, di fronte a Silvano, Gina sente di doversi trattenere. Dovrei esserci io vicino a Marcello. É mio marito. Non mi capisco: come faccio ad accettare che fa così. Ora me ne vado. Quest’altro è gentile, mi sposta la sedia, l’invito a sedermi vicino a lui è implicito. Ho le mani occupate, vorrei fargli segno di attendere; sono lenta con i denti a staccare il frutto dal guscio. Il mio muovere la testa viene preso da lui come un no. Ci riesco, con le labbra lo risucchio. Alzo gli occhi, mi ritrovo nei suoi. Non riesco a trattenermi. Sbotto a ridere. Sono nel panico. L’ho annaffiato, «Oddio, scusa», sul suo viso m’accorgo che non è solo spumante. Ridono tutti. Mi faccio coraggio e gli porgo un tovagliolo, adesso non rido più. Sono mortificata, ma Silvano non si scompone, si alza e con quello pulisce intorno alle mie labbra. Asciuga via i residui dell’ostrica.

 

 

Continua…

 

Ott 4, 2013 - Senza categoria    1 Comment

Mica dormo, io. Post terzo.

Mica dormo, io. Terza parte. 

«Non voglio che si bagni…», sta intanto dicendo Marcello. Lo sportello si richiude. Il vetro torna su. «chi lavora sennò? io da solo? Silvano non abita lontano, dobbiamo solo passare prima alla sua… da una parte. È di strada, non fare quella faccia, Giovanna », Marcello è uno che attacca, «e poi se vuoi puoi anche parlarmi adesso, io e lui siamo amici speciali. Ci diciamo tutto. Non alzare gli occhi al cielo, dimmi quello devi e falla finita prima di cominciare eh! Mica siamo donne noi» ridendo «non ci piace spettegolare». Io e Gina non possiamo fare a meno di sorridere insieme. Facciamo smorfie complici al loro indirizzo. Ed è così che io e lei iniziamo ad osservarci. Dentro di me concludo che non dovrà essermi per forza nemica. Rivale sì, però, per forza di cose. Non mi stacca gli occhi dal dito. Mi sfilo l’anello. Lo prende, lo rimira. Approfitto che non vede, mi porto la mano al naso: ancora si sente il suo odore, di uomo. Odore di stronzo. É inconfondibile. Devo parlargli chiaro a Marcello. Da soli. Anche di divorzio. Certo, perché no? Se serve sarò io a fare il primo passo. Al tocco ho un sussulto. È Gina. Vuole togliermi il fango dalle calze. Lo smalto delle unghie di lei risalta sulla rete dei ricami fantasia. «Ti sei sporcata, non t’eri accorta?». Non le rispondo. Alzo le spalle. Non mi importa. Dovrebbe capirlo. Le luci sono lontane. Con la mano insiste. Pulisce. Le dita fredde di lei mi procurano brividi sugli spazi di pelle nuda; lascio fare… per vedere meglio fuori mi alzo col busto muovendo la testa a destra e a sinistra: «Marce’ dove vai?», m’agito, in un modo che lui ben conosce. «A vedere una cosa». Non è cambiato per niente. Il tono scocciato di sempre: «Già te l’ho detto: c’è Silvano, approfitto. Mi devo accertare se son venuti bene dei lavori», fa una smorfia a lui come a chiedergli qualcosa, e gli dà anche una botta sul braccio. L’altro risponde in un modo strano, parrebbe stizzito: «Il seminterrato lo abbiamo restaurato», ma a me pare che reciti. Mi mangia con gli occhi mentre continua: «è asciutto, non c’è più umidità. Tu non mi credi mai. Già lo usiamo; a Natale ci giochiamo a carte, ci facciamo qualche festa». Forse ho capito, provo a indovinare: Marcello cerca casa? Io sapevo che viveva da noi al mare, ci dormiva, diciamo. A lui non serve più? Bene. Ci andrò in vacanza io. Dobbiamo parlare. Anche di questo. Chiaramente però, non come fa lui. La macchina ha uno scarto a destra. Trotterella su un viale sterrato mentre Gina, che a causa della sterzata secca m’è venuta addosso, si toglie reggendosi con una mano sulla mia coscia, mah… Già siamo fermi. Silvano si tira il colletto della giacca fin sopra i capelli, ispidi. Scende. Va di corsa ad aprire. Il cancello è di quelli “fatti in casa”, di legno. Entriamo. «Richiude?». M’informo perché mi sto accorgendo del fatto dal lunotto posteriore. «Non andiamo via subito?», insisto stringendo le labbra. Gina mi rende l’anello, Marcello sospira e esclama: «i cani escono». Difficile far capire a uno del genere che lo vorrei ancora. Siamo su una rampa. Controlla il freno. Lo toglie e torna a bloccarlo di nuovo, con attenzione, quindi spegne il motore. Lo scroscio sul tetto della macchina si amplifica. L’acqua mi fa pensare, le cascate, il mare. Voglio parlargli. Da soli. Ci faremo un viaggio. Una crociera. Qualcosa di speciale. Che non abbiamo mai fatto… «Non scendi?», Gina è già fuori e mi porta via i sogni. Ci ripenso: non sono sogni, questi miei, ma riflessioni. «A fare cosa?», esclamo in ritardo, anche la sorpresa che fingo non è spontanea. Mi incita a gesti. «Vai vai, vai tu», le dico, cercando di essere dolce, comprensiva: «è giusto così, che vengo a fare? Io capisco tutto sai?». Non sono arrabbiata. Solo delusa. Me lo riprendo a Marcello. Solo io sono in grado di dargli ciò che vuole. Anche lei; che se la faccia quando gli pare. E anche altre, perché no? Basta che torni a casa, con me, da me. Lei non ne sarebbe capace, di amarlo così, ne sono certa.

Continua…