Mar 5, 2014 - Senza categoria    No Comments

Magma e sangue, terza parte

 

 

Angelo si sente di ferro con il suo lui, lì, mano nella mano; senza pudore nel viottolo del parco che rasenta il lago. Inaudite sensazioni gli scaturiscono nel petto, lo colpisce la premura del suo compagno, ed ogni residuo di passato gli scivola alle spalle. Spegne il cellulare. «Non aspetto chiamate.» Bruno annuisce, comprensivo. L’uomo aggiunge: «Aiutami a dimenticare il passato.», incurante di tutto lo tira con sé sul prato. Sulla riva un’ anatra disturbata baccaglia verso di loro. Angelo si china, raccoglie una margherita e la dona a lui che ringrazia e resta serio, forse troppo: sfoglia, ci ripensa, pone nel taschino della sua giacca il fiore menomato. «Dimenticare il passato è parlarne.», dice. Soffre visibilmente. «Sei sensibile e dolce.», gli risponde Angelo. Siedono sulla panchina, «Cominciamo da Carmen?», gli fa; rincara al volo «sfogati dai.». «Sai? Lei è una ragazza timida, introversa.» Angelo tira un sasso nell’acqua del lago mentre parla, osserva i cerchi diradarsi dal centro, «Ha sofferto molto, quei due l’hanno massacrata…». Il giovane non si convince. Ciò che traspare dai suoi occhi è tristezza, delusione, amore; quel tipo di amore che esce dai canoni. «Non si è mai prostituita, credimi.», insiste con certezza l’uomo, «L’hanno costretta, a farlo in gruppo.» «Non dire cazzate dai! Erano orge, anzi gang bang!», è preciso, «Hanno riferito che ci prendeva bei soldi.» «Lei mi ha giurato che non è così.», esclama Angelo, «Quei due la costringevano, la ricattavano,» si scalda «stava a pezzi quando la conobbi, li aveva denunciati senza ottenere altro che il suo stesso sputtanamento.» La curiosità di Bruno è palpabile: «Tu l’ami?», chiede. La risposta non arriva; «Dimmi la verità!», si rabbuia, «L’ami ancora?» «Non lo so.», risponde incerto, «Non credo, no, no! Però vorrei essere sincero senza il rischio di essere frainteso.», parla di getto. «Confessati a me.» parole di troppo: l’uomo è a disagio, non è fatto per i sentimenti. «Fammi conoscere la tua anima… mi farò forza.», piagnucola Bruno. Due ragazze, passando di là, trattengono a forza il sorriso, si lanciano occhiate; i due, in piena discussione, non s’accorgono del pubblico. «Lo vuoi sapere davvero?», gli fa Angelo. «Non è una ragazzina, è una donna, ce l’hai presente una donna autentica?» , è sfacciato. Lo sguardo severo del ragazzo è pieno d’odio. Alla vista delle giovani si trattiene dal continuare; quelle sbarrano gli occhi scandalizzate, ma lui resiste ben poco, «Ha talento!», insiste ferendolo, «Sa far impazzire un uomo, senza remore!» «Ci andresti ancora allora!», angoscia esagerata nella voce stridula. Quelle s’attardano, si voltano a turno verso i due uomini; l’atteggiamento tipico di lui fa placare Angelo, s’accerta se stiano ancora dando spettacolo. «Vuoi che sia sincero?», gli chiede. «Si!», risponde Bruno, e a sua volta chiede: «E tu, mi vuoi bene?» Lui gli stringe la mano, «Si certo, tanto tanto.» “È un proprio un bambino”, pensa Angelo e si stiracchia. «Non la rivedrò,», gli dice, «e non certo per mia decisione.» Il suo amante è deluso. Si sforza d’essere comprensivo: «Sono disposto a costruire un rapporto diverso con te, l’importante è che tu sia sincero.»    L’uomo afferra la mano del ragazzo stringendola volutamente, lo tira in piedi con forza: «A me piace godere dei piaceri della vita,», fa sfrontato. «senza limiti.»            «Verresti a vivere da me?», si sente chiedere. Non risponde più, è stanco di parlare, cammina. Il suo passo è forte e veloce, si fa fatica a stargli dietro.

Angelo si sveglia, arriccia il naso: il letto sa di fiori e vaniglia, c’è troppo profumo. Si sente svogliato, disfatto, e ricorda ogni cosa ascoltando la voce stonata di Bruno, che varia da un De Andrè a Renato, da Elton alla Nannini; “Sa solo questi?”, pensa sputando di lato in un fazzoletto imbevuto. Il compagno s’accorge che è sveglio, s’accosta al letto con un intruglio a base d’uovo sbattuto; latte, orzo e cereali. «Tieni amore…», gli bacia la fronte; sfoglia il giornale senza tanto interesse, lo posa al fianco di lui. «Ieri non mi hai risposto, ci hai pensato?», muove il corpo mentre parla. «Di’ di no, ma almeno cazzo dimmi qualche cosa!» , è Petulante, tanto che Angelo deve nascondere la stizza. Ingurgita parte della colazione come un animale, inizia a leggere, non accenna risposta. Il ragazzo sta là là per blaterare, ma lascia correre, alza le spalle e se ne va sul terrazzo. La bestemmia è volgare e violenta, colpisce nell’animo come la tazza che s’infrange sul pavimento. Rientra di corsa: c’è lui nudo e sporco che s’asciuga come può; ha il volto contratto in una smorfia, e gli riserva parole di una durezza mai sentita. «Cos’hai? che t’è successo?», esclama Bruno, che non sa, gli si avvicina. Angelo è fuori di sé; si riveste senza lavarsi, perde il controllo, volendo o non volendo lo spintona, lo fa inciampare sul cuscino caduto. Il ragazzo perde l’equilibrio, va giù di schiena; la testa sul comodino fa rumore pieno. Sviene. Malgrado le attenzioni dell’uomo non si riprende. Lui cerca di rianimarlo come può; ma è sconvolto, preso da quella notizia appena letta. Scuote il capo, gli somministra qualcosa: ci vorrebbe del ghiaccio, ma non ci sono cubetti, cerca un attrezzo per staccare quello di condensa…Il tempo vola, quel poco rimediato glielo poggia in testa avvolto in un asciugamano, si assicura che respiri e lo accomoda sul letto. Scrive due righe per dirgli dove sta correndo, lo scrolla di nuovo: «Bruno! Bruno cazzo svegliati, Carmen sta morendo.», è sempre più pallido, “Cazzi tuoi”, pensa, e scappa via. L’ascensore non funziona. Altre tre o quattro imprecazioni, picchia le dita sui tasti, scende le scale di corsa, prende un taxi e si precipita al policlinico.

A forza di chiedere arriva nella sala dove ci sono persone in attesa, riconosce qualche collega; stanno parlando tra di loro, un energumeno si distingue dal gruppo per l’ostinata diffidenza nei suoi confronti: Giacinto! Sì è Giacinto, il cognato della sua amante. Istigato dalla sorella lì presente, viene verso di lui: «Non sei gradito qui, vattene!», parla forte, «Vattene tu!», risponde «Io gli voglio bene.» Un metro e novanta, 150 kg, si avventa su di lui con le mani in avanti manco fosse Hulk col vestito buono. Angelo non riesce a tenere a freno la lingua: «Lo sa tua moglie quante volte te la sei fatta? La cognatina?» Quello fa il tonto; ma si inferocisce, si sbilancia. Bastano uno scarto, finta e sgambetto, e il gigante buono crolla giù come un enorme sacco di castagne. «Non volevi che io la frequentassi ehh! Te la volevi scopare da solo bastardo…» Molla calci precisi sul naso dell’orso alzando la voce, «Gliel’ho consigliato io di non dirlo, di lasciar correre, ma ho sbagliato.»                                                                                                                                                                                                              Luisa Di Quaglia somiglia tanto alla sorella, non si notano i dieci anni di differenza. La sala dell’ospedale si è trasformata in un ring: Giacinto è alle prese con la moglie che pone domande invece di dividere i due uomini; i calci di Angelo gli colpiscono stomaco e coglioni. Qualcuno chiama la sicurezza, quelli arrivano giusto in tempo per spostare i giornalisti da Luisa e marito, divenuto il centro dell’attenzione generale: «Porco, maiale, traditore…avrei dovuto immaginare.», strilla. Giacinto resta in terra alla mercé di lei che con la punta della scarpa indugia sulle sue gengive, tanto a dimostrare che la forza bruta non serve a nulla. «Avrai notizie dal mio avvocato.», ormai urlano tutti, pure lei, «Vattene via! qui non hai più nessuno, sei un cornuto!», aggiunge, fuori di se, trascinata via a forza dalle guardie. «Siete patetici.», interviene un dottore, «Non capite che quella sta morendo?». La donna si divincola e fugge dentro in preda alla disperazione. Angelo non sa che fare, il maligno che è in lui lo sprona. Si guarda intorno, circospetto, s’avvicina al capezzale. Fanno stare solo loro due dopo l’accenno d’assenso di Luisa. Appena via tutti lei alza gli occhi, belli come quelli di Carmen: lo interrogano, pieni di pianto. «È vero… avremmo dovuto dirtelo.», sussurra. «Tua sorella è una debole, ho cercato di starle vicino, ma…» «Grazie, va bene anche così.», gli prende la mano, la stringe con forza; lui le infonde coraggio con l’altra. «Passerà, vedrai.», dice, ma da dietro si sente una voce: «Non sarei tanto ottimista.», indifferente, «Se ne sta andando.». L’apparecchio emette flebili segnali, l’intermittenza è sempre più lunga. Si accomodano di là. Mentre aspettano lei confessa che la sorella parlava bene di lui, del suo “nuovo fidanzato”, quindi rinnova la sua stima. Rinsaldano il patto di fiducia in un abbraccio, stretto, da congiunti in pace. La donna dopo un po’ si assopisce, la testa le scivola sul braccio di Angelo. Lui è solo, col respiro della donna, “è quasi una sconosciuta”, gli viene in mente. Fa riaffiorare i baci di Carmen su di sé, e mille ricordi insieme: vede gli affranti parenti di Rossana, ne sente le carezze dopo l’incidente. Il rimorso lo segue ancora speranzoso di distruggerlo: lui sa cosa è accaduto. Il ricordo dell’alterco con sua moglie gli torna nitido come la foto della multa: fatta in quella via di una città sbagliata, in un orario assurdo. «Non può essere, è un errore.», ripeteva lui. «Lo faccio io, di persona, il ricorso!», urlò Rossana. Finì che prese i bambini e li portò via: non avevano mai assistito ad una scena così, i suoi ragazzi. Quanti pianti al loro funerale. La denuncia della suocera venne a complicare tutto…sette anni sono passati veloci e bastardi. Attende ancora la piena assoluzione. Le ore lo calmano. Luisa è bella, Carmen è in lei; le stesse forme provocanti. Dorme profondamente, lui fa in modo che stia comoda, la sostiene. L’atteggiamento è molto confidenziale. Luisa sembra stare meglio, sospira; sorride quando si sveglia con la testa sulle sue gambe…e quando Angelo le carezza i capelli…

Continua…

 

Magma e sangue, terza parteultima modifica: 2014-03-05T01:07:04+00:00da oroserio
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