Archive from maggio, 2015
Mag 29, 2015 - Senza categoria    No Comments

Ma come fa mia cugina? , da: I silenzi di Marika

Ma come fa mia cugina? Marika riesce sempre a stare zitta. Stasera poi è presa di mira di brutto. In questo momento, ad esempio, la stanno linciando, parole che a me ucciderebbero. Per risposta sfoggia un’incredibile maschera di tranquillità. Quante gliene stanno a dire. Lei se ne sta distaccata, assorta, con quel suo visino angelico, come se tutti quei rum e pera non se li fosse scolati lei. Ora le stanno cambiando le domande: «Perché torna a casa come minimo alle cinque del mattino? dalla discoteca?». A loro ha sempre detto così, che va a ballare. Anche delle canne non immaginano. Non risponde. Chissà a cosa pensa. Ha quel suo sorrisino falso sulle labbra; un’attrice. Sempre così assorta. A pensarci bene è molto che non la sento fiatare. Fosse diventata muta? Ma no, che dico? Ho sentito gli amici che ci parlavano al telefono; lei era in casa, Mauro e Claudio erano con me. Anche a mio padre l’altra sera ha chiamato, ché la doveva accompagnare a portare la macchina da Roberto, quel suo vecchio amico di scuola che ha l’officina. No no, ma quale muta. Con questo suo atteggiamento è a zio Guglielmo che sta facendo scoppiare. Senti lui come alza la voce; diventa rosso; ora gli prende un infarto. Pure mia madre ci si mette. Dà manforte al fratello. Va be’ che Marika è proprio una stronza, ma arrivare a dire che zio Guglielmo non meritava una figlia così, di fronte a lei, davanti a tutti, solo a mamma poteva saltare in mente. Ha diciannove anni mia cugina. Io uno di meno. Solo che di me dicono che sono un bravo ragazzo. Di lei si dice ben altro. Io mi faccio gli affari miei, io studio. Lei ha abbandonato. Ecco ecco zia Pia: parte all’assalto del marito, per difendere Marika lo offende, gli dice di tutto, dà occhiatacce alla cognata, cioè a mia madre. Gettandogli via il giornale gli urla che non è stato un buon padre, che non l’ha mandata all’accademia di moda, con quella sua amica a Milano. «Amica? Ma quale amica?» Risponde incazzato zio Guglielmo, «L’ha conosciuta su facebook, conviveva con un ragazzo, quella, ora sta con un altro. Io di tua figlia non mi fido». Urlano. Urlano tutti. Mia cugina si alza. Ci si agghinda del proprio silenzio. Pare se ne stia andando in camera sua. Solo io, stando di qua del loro teatrino, ci faccio caso. È solo un impercettibile cenno con l’occhio. Credo a mio padre, perché lui subito dice: «Marika, cavolo, c’è da andare a riprendere la macchina, ci stavamo dimenticando. Sbrighiamoci che sennò il meccanico chiude».

Sergio Moretti

Mag 28, 2015 - Senza categoria    No Comments

Non abbassarti mai per nessuno. Un inchino se vuoi fallo alla vita.

Non ti abbassare mai per nessuno. Un ionchino se vuoi fallo alla vita.

Stamattina stavo pensando al da farsi, ma poi è sbocciato ciò che avevo seminato qualche giorno fa, uno “stupido” messaggio solo da una persona per fortuna compreso. So’ soddisfazioni, piccole vero, ma so’ soddisfazioni. Sotto ripropongo ciò da loro scritto per i loro fans :

(Questo post vi è piaciuto tanto… Siamo risaliti alla fonte e ve lo riproponiamo citando l’autore… Tnks Sergio Moretti)

Mag 19, 2015 - Senza categoria    No Comments

Scarpe rosse nella metro.

L’intruglio si gonfia talmente rapido che per non farlo fuoriuscire, le labbra, le devo infilare, nel bicchiere. Avevo usato apposta il boccale da birra. Lo immaginavo, si sa, il bicarbonato… Rido. Che scemo, intento la schiuma mi frizza negli occhi, mi lava il viso, va sul pc, nei tasti. Il cucchiaino mi si infila nelle narici. Le parolacce non si contano, m’invento un repertorio da far schifo. Furbo eh? Posso sempre brevettarla come bagno oculare ‘sta roba. Che fastidio; mi è entrata in gola dal naso. Possibile che da ieri non ne azzecco una? Forse era troppo il limone; il citrato l’ho metto sempre, l’acqua frizzante non credo influisca. Quella tonica era solo un piccolo avanzo. È tardi, devo andare; con la scusa che la metro mi passa sotto casa sono sempre il primo, tra gli ultimi. Me la prendo con i colleghi leccaculo. Che fanno carriera. Beh, è pure vero, anche il marito di Mara lo è, me lo ha detto lei. Ma quanto ho bevuto stanotte? Due pastiglie di analgesico effervescente ce l’ho messe qua dentro; spero non si siano sprecate. Scendo va’. Anzi no. Meglio che aspetto. Non mi piace ruttare in mezzo alla gente. Il prosecco con la vodka è da stamattina che bussano; melone e alici marinate stanno risalendo in ascensore. Vado in bagno. Colpa di Luigi. Per un paio di scarpe; che poi mica ho capito bene cosa è successo. Me ne sono andato, certo, la pelle è pelle. Eccole qui. Che tacchi! belle? Mah, stravaganti direi. Che mi è saltato in mente di portarle via? Mara mi ci ha svegliato, ci tiene a ridargliele. Forzo la borsa ché non si chiude bene. Lei e il marito erano già brilli. L’avete presente la coppia perfetta? Quelle che il giorno dopo il matrimonio scoprono che non c’è una sola cosa al mondo che vada bene per tutti e due? Quando lei è uscita in giardino io ero quasi nascosto, a finirmi la seconda bottiglia ascoltando i loro reciproci insulti. Non posso restare sulla tazza in eterno. Il pavimento del bagno vibra, un’altra metro che passa. Mal di pancia. Mi alzo lo stesso. Quattro salti e sono fuori. Una comodità la fermata di fronte. Scendo. Infilo il biglietto. La scala mobile mi innervosisce. Un passeggino da gemelli mi intima di star calmo. Odori stantii mi riportano ai piedi di Mara. Che raffronto eh? Ma anche quella parte di pelle ha il suo gusto, specie se pensi alla pietanza sperata. Più pazza del marito: «Dai facciamogli uno scherzo», ha un brutto carattere, è vendicativa, «balla sempre scalzo, prendigli le scarpe. Sono il regalo della sua amichetta, gliel’ha portate da Rio». «Amichetta o amichetto?», faccio io, con l’indice che involontariamente mi va sul lobo. «Dopo ti dico, ora però sbrigati», mi ordina incitandomi con la mano. Il ballo è sensuale, trasgressivo. Luigi e la brasiliana sono al limite della decenza. Osservo un attimo. Anche le poche donne sono prese. Facile il mio compito. Nessuno mi vede. Torno. Lei la ritrovo in costume, in piedi nella piscina dei bambini. «Vieni», mi fa. I suoni della festa lontani, ovattati, creano intimità. Mi eccito. Non mi muovo. «Non ti spogli?», mi chiede sorpresa. «Non ho il costume», rispondo, quasi a scusarmi; lei ride, si siede sul ciglio, toglie dall’acqua il piede destro, si arqua, me lo alza fino al petto. «Non mi asciughi?», cinguetta sforbiciandosi al massimo. Un uomo, si sa, perde la testa. Io no. Le bacio le dita dei piedi, così come un gentiluomo fa il baciamano. Sulla pianta è troppo sensibile. Sul polpaccio le mie labbra si fermano’. Cerca di aiutarmi quando per liberare una gamba dai jeans mi tolgo una scarpa. Scendo sulla coscia. Freme. Se gli spari non mi avessero distolto sarebbe stata una notte diversa. Ne sono convinto. Invece la fuga, mezzo nudo tra i campi. Riordino le idee, ma il convoglio arriva, sposta l’aria e mi dissipa i dubbi. Fortuna vuole che mi si apre davanti. Spinte. Strattoni. Chi esce. Chi entra. Sedersi è fantascienza. Un ragazzo mi fissa. Sguardo che non mi piace. Non sono paranoico, ma cambio carrozza. Noto che si rialza; eppure si era appena seduto. Legge il cartello delle fermate. Si sforza di non dare nell’occhio. Mi sta fissando la borsa? È chiusa male, i tacchi fanno capolino. Non ha mai visto scarpe rosse? Troppo eccentriche? La mia curiosità ha la meglio: ha meches scure sui capelli biondi, lentiggini, naso da pugile. Mi fissa con intenzione. M”avrà preso per gay? Mi ci manca. Ripenso a stanotte. Le grida, i cani, l’impressione di essere seguito. È ora di scendere. È alle mie spalle. Non mi piace. La porta si apre. Due finanzieri vogliono entrare, uno è una donna. Mi faccio dietro. Il biondo ci prova, mi tocca la borsa. I due avanti mi chiudono. Mi tuffo tra le gambe dell’uomo, che bestemmia; mi si siede sul collo. «Lasciatemi!che cazzo volete?». La gente si volta. Mi trascinano. Le manette mi si sposano ai polsi con una naturalità che non avrei sospettato. Il ragazzo mostra un tesserino. Anche ai curiosi. Ci spostiamo. Fuori dalla ressa c’è un cane legato a un palo che mi annusa i calzoni, mi morde la cinghia della borsa e si mette a leccare il sotto dei tacchi e la vernice delle scarpe. La donna, mentre gli carezza la testa, gliele sfila da sotto il muso. Le dà al biondo. Questo fa risuonare i tacchi tra di loro, quindi con fare professionale passa l’indice sul bordo di una suola, come a misurarne l’altezza.      

 

  Sergio Moretti