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Mar 11, 2014 - Senza categoria    No Comments

Magma e sangue, ultima parte

 

Magma e sangue, ultima parte

I giorni diventano mesi: lui dà le dimissioni, vive in albergo, cambia i numeri al telefono; aiuta Luisa nel disbrigo delle pratiche, si prodiga in mille maniere per lei. È presente all’inumazione di Carmen, e assiste la donna dall’avvocato. Poi c’è il trasloco, dura poco: cambiare città è stata la cosa più salutare per tutt’e due. Gli ci voleva a quest’uomo sfortunato una vita nuova, vera, insieme a una che si sforza di capirlo senza provare troppo amore…Cercare un nuovo impiego, ridendo, e far di tutto un gioco, insieme.                                                                                                                                                                                                                          Rubare nuove sensazioni è facile per uno come lui. Lei le prime volte si stupisce dei suoi metodi, solo all’inizio però. Lui sa darsi, le fa scordare ogni sopruso dopo averglielo imposto con il suo classico modo d’interpretare la passione. Questo cieca la donna. Non s’accorge del compagno assente, non si rende conto della perversione radicata, che inizia a germogliare: il fiore è un poeta illuso, il suo nome Tomasino, un ragazzo più sogni che vita, ospitato da lui nonostante l’iniziale diniego di Luisa. Vent’anni, è un fuggito di casa. Chiede aiuto alla coppia. «Starà pochi giorni.», è la scusa felice di Angelo. È un inferno senza calore il tranello in cui cade Luisa, fattasi succube non sa ancora perché! Accetta suo malgrado esperienze da squallidi hard, osceni triangoli: credeva non esistessero nella realtà. Rivive la tragedia della sorella. Ma una notte resta sola, non riesce a prender sonno, rovista i ricordi. Legge mail, memorie di Carmen; presa da dubbi profana il pc di lui, ci trova ogni cosa, ed anche sé stessa. Finalmente scopre la propria ingenuità. «Come ho fatto? cos’ho fatto?», parla, è preda di continui deliri e sospetti;  lo specchio le osserva la disillusione; le si crea, e macera, l’inutile agonia: l’attesa del nulla totale. Non crede sulla sua capacità di potersi trasformare in una assassina; comunque riesce ad assemblare una tremenda, oscura, ma per lei valida, idea…

Angelo ora piange davvero. Ce l’hanno tutti con lui. Ha pure il coraggio di giurare: «Non sono stato io!», urla nella cella, «non sono stato io ad avvelenare quella pazza!»                                                                                    Al suicidio di Luisa non ha mai creduto nessuno, troppe prove contro di lui, troppi indizi negli hard disk. Gli inquirenti si sono trovati costretti a riconsiderare i casi in cui figurava in qualche modo coinvolto…

Se passate da Prima Porta non mancate la foto sulla lapide: bellissime le sorelle Di Quaglia; dolci, serene, sorridenti.

Potete anche dimenticare il viso dell’uomo che fu la loro tragedia: quando piange è un supplizio di troppo per i carcerati di piccole pene. In quel posto ha trovato gente stronza davvero; ergastolani d’una durezza peggio di sé, che l’hanno costretto ogni dì a far da passivo nell’atto impuro da lui preferito.                                                                                                                                                                                                                       Angelo dichiara la propria innocenza con voce ogni giorno più flebile, immerso nel puzzo di sudore e di maschio.

 

 

 

 

Mar 6, 2014 - Senza categoria    No Comments

Il ciclo della vita

 

Ce l’hai presente il ciclo della vita?

La nascita la morte le grida di un bambino?

Non annegare in un bicchier di vino,

Ci sarà discesa, dopo la salita…

Sergio Moretti

Mar 5, 2014 - Senza categoria    No Comments

Magma e sangue, terza parte

 

 

Angelo si sente di ferro con il suo lui, lì, mano nella mano; senza pudore nel viottolo del parco che rasenta il lago. Inaudite sensazioni gli scaturiscono nel petto, lo colpisce la premura del suo compagno, ed ogni residuo di passato gli scivola alle spalle. Spegne il cellulare. «Non aspetto chiamate.» Bruno annuisce, comprensivo. L’uomo aggiunge: «Aiutami a dimenticare il passato.», incurante di tutto lo tira con sé sul prato. Sulla riva un’ anatra disturbata baccaglia verso di loro. Angelo si china, raccoglie una margherita e la dona a lui che ringrazia e resta serio, forse troppo: sfoglia, ci ripensa, pone nel taschino della sua giacca il fiore menomato. «Dimenticare il passato è parlarne.», dice. Soffre visibilmente. «Sei sensibile e dolce.», gli risponde Angelo. Siedono sulla panchina, «Cominciamo da Carmen?», gli fa; rincara al volo «sfogati dai.». «Sai? Lei è una ragazza timida, introversa.» Angelo tira un sasso nell’acqua del lago mentre parla, osserva i cerchi diradarsi dal centro, «Ha sofferto molto, quei due l’hanno massacrata…». Il giovane non si convince. Ciò che traspare dai suoi occhi è tristezza, delusione, amore; quel tipo di amore che esce dai canoni. «Non si è mai prostituita, credimi.», insiste con certezza l’uomo, «L’hanno costretta, a farlo in gruppo.» «Non dire cazzate dai! Erano orge, anzi gang bang!», è preciso, «Hanno riferito che ci prendeva bei soldi.» «Lei mi ha giurato che non è così.», esclama Angelo, «Quei due la costringevano, la ricattavano,» si scalda «stava a pezzi quando la conobbi, li aveva denunciati senza ottenere altro che il suo stesso sputtanamento.» La curiosità di Bruno è palpabile: «Tu l’ami?», chiede. La risposta non arriva; «Dimmi la verità!», si rabbuia, «L’ami ancora?» «Non lo so.», risponde incerto, «Non credo, no, no! Però vorrei essere sincero senza il rischio di essere frainteso.», parla di getto. «Confessati a me.» parole di troppo: l’uomo è a disagio, non è fatto per i sentimenti. «Fammi conoscere la tua anima… mi farò forza.», piagnucola Bruno. Due ragazze, passando di là, trattengono a forza il sorriso, si lanciano occhiate; i due, in piena discussione, non s’accorgono del pubblico. «Lo vuoi sapere davvero?», gli fa Angelo. «Non è una ragazzina, è una donna, ce l’hai presente una donna autentica?» , è sfacciato. Lo sguardo severo del ragazzo è pieno d’odio. Alla vista delle giovani si trattiene dal continuare; quelle sbarrano gli occhi scandalizzate, ma lui resiste ben poco, «Ha talento!», insiste ferendolo, «Sa far impazzire un uomo, senza remore!» «Ci andresti ancora allora!», angoscia esagerata nella voce stridula. Quelle s’attardano, si voltano a turno verso i due uomini; l’atteggiamento tipico di lui fa placare Angelo, s’accerta se stiano ancora dando spettacolo. «Vuoi che sia sincero?», gli chiede. «Si!», risponde Bruno, e a sua volta chiede: «E tu, mi vuoi bene?» Lui gli stringe la mano, «Si certo, tanto tanto.» “È un proprio un bambino”, pensa Angelo e si stiracchia. «Non la rivedrò,», gli dice, «e non certo per mia decisione.» Il suo amante è deluso. Si sforza d’essere comprensivo: «Sono disposto a costruire un rapporto diverso con te, l’importante è che tu sia sincero.»    L’uomo afferra la mano del ragazzo stringendola volutamente, lo tira in piedi con forza: «A me piace godere dei piaceri della vita,», fa sfrontato. «senza limiti.»            «Verresti a vivere da me?», si sente chiedere. Non risponde più, è stanco di parlare, cammina. Il suo passo è forte e veloce, si fa fatica a stargli dietro.

Angelo si sveglia, arriccia il naso: il letto sa di fiori e vaniglia, c’è troppo profumo. Si sente svogliato, disfatto, e ricorda ogni cosa ascoltando la voce stonata di Bruno, che varia da un De Andrè a Renato, da Elton alla Nannini; “Sa solo questi?”, pensa sputando di lato in un fazzoletto imbevuto. Il compagno s’accorge che è sveglio, s’accosta al letto con un intruglio a base d’uovo sbattuto; latte, orzo e cereali. «Tieni amore…», gli bacia la fronte; sfoglia il giornale senza tanto interesse, lo posa al fianco di lui. «Ieri non mi hai risposto, ci hai pensato?», muove il corpo mentre parla. «Di’ di no, ma almeno cazzo dimmi qualche cosa!» , è Petulante, tanto che Angelo deve nascondere la stizza. Ingurgita parte della colazione come un animale, inizia a leggere, non accenna risposta. Il ragazzo sta là là per blaterare, ma lascia correre, alza le spalle e se ne va sul terrazzo. La bestemmia è volgare e violenta, colpisce nell’animo come la tazza che s’infrange sul pavimento. Rientra di corsa: c’è lui nudo e sporco che s’asciuga come può; ha il volto contratto in una smorfia, e gli riserva parole di una durezza mai sentita. «Cos’hai? che t’è successo?», esclama Bruno, che non sa, gli si avvicina. Angelo è fuori di sé; si riveste senza lavarsi, perde il controllo, volendo o non volendo lo spintona, lo fa inciampare sul cuscino caduto. Il ragazzo perde l’equilibrio, va giù di schiena; la testa sul comodino fa rumore pieno. Sviene. Malgrado le attenzioni dell’uomo non si riprende. Lui cerca di rianimarlo come può; ma è sconvolto, preso da quella notizia appena letta. Scuote il capo, gli somministra qualcosa: ci vorrebbe del ghiaccio, ma non ci sono cubetti, cerca un attrezzo per staccare quello di condensa…Il tempo vola, quel poco rimediato glielo poggia in testa avvolto in un asciugamano, si assicura che respiri e lo accomoda sul letto. Scrive due righe per dirgli dove sta correndo, lo scrolla di nuovo: «Bruno! Bruno cazzo svegliati, Carmen sta morendo.», è sempre più pallido, “Cazzi tuoi”, pensa, e scappa via. L’ascensore non funziona. Altre tre o quattro imprecazioni, picchia le dita sui tasti, scende le scale di corsa, prende un taxi e si precipita al policlinico.

A forza di chiedere arriva nella sala dove ci sono persone in attesa, riconosce qualche collega; stanno parlando tra di loro, un energumeno si distingue dal gruppo per l’ostinata diffidenza nei suoi confronti: Giacinto! Sì è Giacinto, il cognato della sua amante. Istigato dalla sorella lì presente, viene verso di lui: «Non sei gradito qui, vattene!», parla forte, «Vattene tu!», risponde «Io gli voglio bene.» Un metro e novanta, 150 kg, si avventa su di lui con le mani in avanti manco fosse Hulk col vestito buono. Angelo non riesce a tenere a freno la lingua: «Lo sa tua moglie quante volte te la sei fatta? La cognatina?» Quello fa il tonto; ma si inferocisce, si sbilancia. Bastano uno scarto, finta e sgambetto, e il gigante buono crolla giù come un enorme sacco di castagne. «Non volevi che io la frequentassi ehh! Te la volevi scopare da solo bastardo…» Molla calci precisi sul naso dell’orso alzando la voce, «Gliel’ho consigliato io di non dirlo, di lasciar correre, ma ho sbagliato.»                                                                                                                                                                                                              Luisa Di Quaglia somiglia tanto alla sorella, non si notano i dieci anni di differenza. La sala dell’ospedale si è trasformata in un ring: Giacinto è alle prese con la moglie che pone domande invece di dividere i due uomini; i calci di Angelo gli colpiscono stomaco e coglioni. Qualcuno chiama la sicurezza, quelli arrivano giusto in tempo per spostare i giornalisti da Luisa e marito, divenuto il centro dell’attenzione generale: «Porco, maiale, traditore…avrei dovuto immaginare.», strilla. Giacinto resta in terra alla mercé di lei che con la punta della scarpa indugia sulle sue gengive, tanto a dimostrare che la forza bruta non serve a nulla. «Avrai notizie dal mio avvocato.», ormai urlano tutti, pure lei, «Vattene via! qui non hai più nessuno, sei un cornuto!», aggiunge, fuori di se, trascinata via a forza dalle guardie. «Siete patetici.», interviene un dottore, «Non capite che quella sta morendo?». La donna si divincola e fugge dentro in preda alla disperazione. Angelo non sa che fare, il maligno che è in lui lo sprona. Si guarda intorno, circospetto, s’avvicina al capezzale. Fanno stare solo loro due dopo l’accenno d’assenso di Luisa. Appena via tutti lei alza gli occhi, belli come quelli di Carmen: lo interrogano, pieni di pianto. «È vero… avremmo dovuto dirtelo.», sussurra. «Tua sorella è una debole, ho cercato di starle vicino, ma…» «Grazie, va bene anche così.», gli prende la mano, la stringe con forza; lui le infonde coraggio con l’altra. «Passerà, vedrai.», dice, ma da dietro si sente una voce: «Non sarei tanto ottimista.», indifferente, «Se ne sta andando.». L’apparecchio emette flebili segnali, l’intermittenza è sempre più lunga. Si accomodano di là. Mentre aspettano lei confessa che la sorella parlava bene di lui, del suo “nuovo fidanzato”, quindi rinnova la sua stima. Rinsaldano il patto di fiducia in un abbraccio, stretto, da congiunti in pace. La donna dopo un po’ si assopisce, la testa le scivola sul braccio di Angelo. Lui è solo, col respiro della donna, “è quasi una sconosciuta”, gli viene in mente. Fa riaffiorare i baci di Carmen su di sé, e mille ricordi insieme: vede gli affranti parenti di Rossana, ne sente le carezze dopo l’incidente. Il rimorso lo segue ancora speranzoso di distruggerlo: lui sa cosa è accaduto. Il ricordo dell’alterco con sua moglie gli torna nitido come la foto della multa: fatta in quella via di una città sbagliata, in un orario assurdo. «Non può essere, è un errore.», ripeteva lui. «Lo faccio io, di persona, il ricorso!», urlò Rossana. Finì che prese i bambini e li portò via: non avevano mai assistito ad una scena così, i suoi ragazzi. Quanti pianti al loro funerale. La denuncia della suocera venne a complicare tutto…sette anni sono passati veloci e bastardi. Attende ancora la piena assoluzione. Le ore lo calmano. Luisa è bella, Carmen è in lei; le stesse forme provocanti. Dorme profondamente, lui fa in modo che stia comoda, la sostiene. L’atteggiamento è molto confidenziale. Luisa sembra stare meglio, sospira; sorride quando si sveglia con la testa sulle sue gambe…e quando Angelo le carezza i capelli…

Continua…

 

Feb 25, 2014 - Senza categoria    No Comments

Magma e sangue, seconda parte

 

Magma e sangue, seconda parte

Oramai è abituato agli urli di Bruno. «Sarò bastardo ma se non ci fossi io la tua vita sarebbe infognata in una merda piatta e ti faresti di cocaina come hai sempre fatto.», risponde in un sol fiato, aggiungendo subito appresso: «Dai…esci, andiamo a farci una passeggiata.» È così che si tira fuori dalla tempesta, ogni tanto, quando gli riesce. Si cosparge il viso d’altra roba, il compagno fa girare la chiave nella toppa, lui voltato verso il terrazzo se la ride. «L’ho rotto!», frigna Bruno, bambino con le lacrime agli occhi: mostra i pezzi del flacone sparsi sul pavimento, nel bidet, «Tu come fai ad essere così?», le labbra strette, a scimmia. Come risposta si becca un sorriso vuoto, senza comprensione. Bruno dà alla voce un timbro gutturale, maschio, «Voglio essere come te!», dice. Angelo, che solo per un istante non sa che fare, lo stringe a sé: è piacevole sentirne le vibrazioni; contrastanti le emozioni che prova. Sé le gode sino in fondo. Ha il cuore indurito dagli eventi e dalla morte… dopo l’incidente vive dribblando la realtà, con sporadici tuffi nei sogni altrui: inganna sé stesso, oltre a chi gli gironzola intorno. Osserva gli occhi imbrattati di nero, sciolto dal pianto; e i capelli di lui corti, a spazzola; e la metà superiore del corpo pallido come una mozzarella, senz’ombra di peli; e quel reggiseno infantile che mostra le debolezze, se ce ne fosse ancora bisogno. «Sei l’unica persona al mondo a cui voglio bene,», sente dirsi; «davvero.». Parole che lo caricano di responsabilità non volute verso quell’animo fragile in vena di dichiarazioni: «Non hai mai giudicato,», è ancora Bruno a parlare, «sai accettare o negarti senza troppi perché.» Lo sfogo dell’uomo è sé stesso, “Qui ti volevo!”, dentro; è superbia repressa, e non tradisce emozioni. Carezza il viso al ragazzo, con le labbra gli sfiora la fronte e sussurra: «Fallo anche te allora, non giudicare, specie a chi tieni.» Sta zitto ora, ha Carmen in testa; e pensa a quanto sia stronzo e ipocrita, quante se n’è sbattute? Sorride perdendo il conto. Bruno si riprende, ha il respiro regolare; apre la bocca a metà mostrando la punta della lingua tra le labbra rosse. «Cosa ti dà Carmen più di me?», provoca. Angelo ha voglia di ridergli in faccia, ma non lo fa. Non gli va di prendere in giro, più del necessario, questo ragazzo che ha meno della metà dei suoi anni. «Nulla di ciò che pensi.» Improvvisa. «Non avrei mai sperato che la nostra storia diventasse tanto importante, sai?» «Allora non gli vuoi più bene a Carmen?…» Angelo lo ascolta, non dice nulla; scalpita quando l’altro insiste: «Finalmente hai capito cos’è quella donna!», adesso la voce è stridula, «È bella sai? È più grande di me!» aggiunge; fa il geloso, senza temere nulla. «Come lo sai?», si stupisce. Il ragazzo cerca di scostarsi da lui, che lo trattiene prima con forza, poi usa dolcezza; gli carezza le femminee spalle nude. Per lo scatto Bruno si volta verso il balcone: «Non sai quante volte ero lì….» Confessa, corre; lui lo insegue sino agli enormi vasi di rose e buganvillee girandoci intorno, lo afferra di nuovo. «Lasciami!», implora; occhi di un nero…infossati; cerca di divincolarsi dalla stretta dell’uomo che lo blocca, da dietro, e lo carezza sui fianchi. Rimangono così ad adeguare i propri corpi, adornati dai fiori, indifferenti alla possibilità di uno sguardo indiscreto, facendo affidamento sulle qualità del decimo piano del piccolo attico.

Bruno canta felice sotto la doccia, il suo repertorio è immenso; Angelo non può fare a meno di sorridere e scuotere il capo. Sta sfogliando le news sullo schermo del portatile, non riesce a concentrare l’attenzione. Gli ha promesso una camminata lungo il lago, ed un pranzetto da Vladimiro il Rosso. Clicca, sotto la finestra principale del programma sta celata quella di dialogo, il volume è al minimo e non si sente scampanellare il richiamo di chatt. Appare il rettangolino: “Orchidea Selvaggia attende risposta”. «Non posso stare molto…» Scrive lui velocemente. «Stai ancora con la checca?» Questa è la frase che legge. Misura quanta acidità ci può essere in quelle parole. «Non essere antipatica dai, è solo un amico…» Risponde, è veloce con le dita; butta un’occhiata nel vetro opaco: non traspare chiaramente se il suo giovane amante ha finito o no. «Stai da lui?» Quest’altra di frase appare scritta in un rosso alquanto nervoso, a giudicare dagli errori che ci sono. «Stiamo per uscire.», batte rapido. Invia. Poi di nuovo: «Si voleva suicidare! Devo essere dolce quanto chiaro con lui!» «Porco!», scrive lei. «Vai a farti fottere insieme a lui! Ho capito tutto… da come ti sbrighi, sozzo bastardo! Ed io che ho creduto…Basta! Non mi cercare più!» Questa volta ha usato il viola. “Questa ha a disposizione tutto il tempo del mondo.”, pensa Angelo. Sta per rispondere ma la scritta “l’utente Orchidea Selvaggia si è disconnesso” fa capolino in basso a destra. Scompare tutto mentre lo sportello si apre. Accoglie con calore il sorriso ingenuo di Bruno. «L’hai sentita?», gli dice. Lui risponde: «No! Non era connessa; gli manderò una mail, te la farò leggere se vuoi…» «Tu sei troppo porcellone…», risponde menando il dito verso di lui, «non me la racconti giusta!». Col sorriso ritrovato l’aspetto androgino risalta di più. «Vuoi andarci ancora? Io ti capisco sai…», parla con tristezza, «dimmelo però, non tenermelo nascosto, ti prego! Non mi tradire prendendomi in giro, ti voglio bene.» «Anch’io te ne voglio.», risponde Angelo mentre l’altro siede sul bracciolo del divano con fare provocatorio: «Sono disposta a diventare donna…del tutto, per te.» Non scherza: ne hanno parlato altre volte, ha mezzi e soldi per farlo; anche l’appartamentino è suo. Angelo sorride carezzandogli il viso, e il minuscolo seno nudo; osserva il perizoma: è un modello particolare che dona femminilità. Gli parla con calma, più che un amante sembra suo padre: «Devi essere una persona libera delle tue scelte, non farti influenzare dai sentimenti; quelli passano e poi le cicatrici restano. Ciò che dici non si fa per compiacere chicchessia.»

Il quartiere popolare è dall’altra parte della città. C’è un palazzo alto e grigio, uno dei tanti: l’urlo della ragazza si sente dal piano terra. Sono parole non chiare all’anziana donna; cerca d’impicciarsi, appone l’orecchio all’uscio: arduo il compito di decifrare le oscenità. Immagina svolgersi orge al piano di sopra, era da un po’ che non la sentiva gridare così a Carmen.                                                                              «Ma per chi mi ha preso?», sale alta la voce, per fortuna ora è calma. Fa la spola tra il letto e la cucina, snocciola nella mente gli errori fatti uno dopo l’altro. Scatta, urla: «Porco impotente bastardo!» Afferra il telefono, regalo di lui per i suoi ventitré anni, «Povera stupida!», dice di sé, «Sai cosa ci faccio con questo?», e lo lancia lì, tra il pavimento e il muro, con forza; ha la voce disumana «ti mancava un frocio alla tua collezione? Testa di cazzo! Pervertito! Hai preferito quello, a me…» Piange. Si getta sul materasso, disfatta: dolore allo stomaco; si sfila la scarpa, la lancia, colpisce il portafoto. L’immagine di Angelo, del suo grande amore, sparisce rumorosamente sotto al comò. «Con tutti gli uomini che potrei avere sono cotta di un porco che a letto ha solo un’idea…». Non riesce a non pensare in quanti modi lo ha accontentato, soddisfacendone le indicibili voglie. Lo ha riportato in vita dopo la disgrazia, si è prodigata a fargli risvegliare i sensi. «Ti amo alla follia,», le disse, «con te ho conosciuto l’amore vero per la prima volta.» Gongolava alle parole di lui; alle sue mail, poesie di vita vera, di uno con le palle. Si era sentita davvero importante per Angelo, tanto da aprirgli il proprio cuore dopo ciò che ha subito: “le mie disavventure”, le chiamava. Si è data a lui, in maniera smisurata. Era ubriaco d’amore: “questa è una cosa seria”, pensava Carmen. Non si dà pace, c’è cascata in pieno, è stanca di soffrire. Se non avesse una certa dignità andrebbe a buttare di sotto quel patetico ragazzino omosessuale. «Perché accadono queste cose?», ripete la frase tante volte, troppe. Apre la confezione con le lacrime agli occhi; le impediscono di vedere, si versa il contenuto sulla lingua. Assapora la prima goccia; dopo un’altra goccia, poi goccia dopo goccia…

Continua…

Feb 19, 2014 - Senza categoria    No Comments

Magma e sangue, post primo e premessa…

 

Premessa:  riprendo a pubblicare cose mie vecchie sul blog, lo faccio senza rivederele, né correggerle, così come le avevo scritte qualche anno fa. Questo in particolare, che posterò qui credo al massimo in tre parti, lo ricordo come il mio primo racconto che  è stato pubblicato su carta, su una antologia, tramite il forum “in punta di penna”, ed ha inoltre ricevuto buone critiche costruttive in diverse sedi. Magma e sangue qualcuno lo ritenne forte nei contenuti. Io come al solito scrivo di getto e in quel momento la mente questo mi dettava di buttar giù. Buona lettura.

Magma e sangue, prima parte

Angelo è un uomo robusto: 80 kg per un metro e ottanta di aitante scioltezza. Non dimostra i suoi anni. È un individuo rude, attraente per qualcuno. I peli neri come punte d’inchiostro gli fuoriescono da ogni indumento intimo contrastando di fatto i suoi occhi azzurri. Non ha nulla di aggraziato, né esterna con facilità i propri sentimenti. È uno tosto, con qualche anno di galera che gli pesa e lo sospinge in avanti. I suoi interessi ruotano nella pseudo editoria: sa sfruttare le illusioni altrui, è abile nel manipolare le menti, un tipo freddo. Eppure oggi va a metafore, chiede a Bruno: «Sai cos’è un’eruzione?», dona pezzi di poesia rubata a questo ragazzo dolce, dalle idee confuse, compagno di folli momenti. Più che osservare sé lo studia il suo amichetto: ha poco fard, è pallido; ha un fare sospettoso, le movenze ingentilite; e le mani, troppo delicate per un uomo, sembrano dirigere l’aria. «Stai parlando di una colata lavica?», si sente rispondere dal giovane, che lo fissa col suo sguardo interrogativo, e il viso disarmato dalla stessa flebile voce, sulla pelle liscia, imberbe. L’uomo prima scuote la testa, poi tenta di nuovo: «Eruzione!» Disegna la fuoriuscita del magma con le mani «Hai presente un vulcano quando s’incazza?» insiste «sei mai stato a Pompei?». «Sei impossibile…», sibila Bruno; il mignolo destro lo usa come un lecca lecca, l’unghia è incredibilmente curata, sé lo passa sulle ciglia. Rimira sé stesso: lo specchio della colonna lo delude, fa la bocca storta strusciando la schiena su e giù sullo stipite: atto sinuoso, poco volgare, forse provocante. «Siamo partiti da Carmen» manda gli occhi al cielo, «e tu scappi!» esclama, continua: «ma che Vesuvio e Vesuvio! Se fai così ti dico addio caro mio.» Smette di toccarsi. Vorrebbe aggiungere altro, invece resta serio, senza parole, perplesso dal fare di lui; lo guarda di sbieco, poi dritto in faccia «Vuoi solo confondermi» sbotta di nuovo «ed io cretina ti do ancora retta!». Il compagno da uomo sicuro fa finta di nulla, attende; “si calmerà”, pensa, non gli risponde. «Dammi quelle gocce!», urla improvvisamente isterico Bruno, «Dammele!», insiste. Angelo ha un gesto di stizza: «Vorrei riuscire nell’impresa di farti ragionare.», il suo è un parlare incazzato. A quelle parole il ragazzo s’inventa qualcosa: «Sto male…», si altera «vattene da lei, subito, adesso, sparisci!». Dà calci all’aria. Il suo viso disfatto fa temere il peggio. Angelo non demorde: «Il vulcano sono io,», gli urla in faccia, «e sto scoppiando. E che cazzo!» Bruno guarda intensamente il suo lui, la ragione della sua vita. «Lo sapevo io!», sé ne esce col suo solito modo plateale, «Tutta colpa di quella puttana…» I loro occhi sono un duello all’ultimo sguardo. «Ma no!», risponde «Carmen non c’entra.». «Vuoi negare che sia una prostituta?», si agita, le vene del collo gli si gonfiano, «Come si chiamano ora quelle come lei? Escort? Sempre una troia resta…» Angelo serra gli occhi, aspira l’aria, «Se mai ho provato qualcosa per qualcuno,», parla senza enfasi, «se mai l’ho fatto, quel qualcuno sei tu.» La dichiarazione spontanea prende Bruno alla sprovvista; s’alza di scatto posseduto da nuove forze, senza dire una parola s’impossessa della bottiglietta e corre verso il bagno. «Disgraziato fermati che fai?», sbotta il più adulto, e gli va dietro; lui per tutta risposta si chiude a chiave. «Apri, non fare lo scemo!» fa alla porta, «Non ti servono, stai meglio di me». «Sai sempre ciò che vuoi…Tu sì che sai quello che fai!» Bruno è una lagna: è in preda a qualcosa e si sente. L’uomo attende come altre volte ha già fatto; nel frattempo si guarda nello specchio all’ingresso, di fronte la portafinestra del terrazzo; lascia fluire il sangue, respira piano, nota i rigonfiamenti sulla fronte: tatuaggi di carne…minuscoli serpenti di lava sotto pelle che da dentro percuotono, specie quello a sinistra: provoca un forte dolore alla tempia; “è la pressione”, pensa; lo sfiora, sorride. Non arriva risposta da quello che lui pensa sia solo un capriccio, un frammezzo, una “sua strana avventura”. Passano alcuni minuti prima che si decida a chiedere: «Tu, invece, cosa sei?» «Io? Sono un incapace!», esclama Bruno, è evidente il disprezzo che ha di sé. «Non ho mai combinato nulla nella mia vita di merda; non so se dici la verità! e non capisco perché l’hai fatto!» Angelo si massaggia il cranio calvo, esplora il contorno degli occhi, «Perché mi andava!» risponde; con l’arroganza ritrova serenità. Apre il beauty e prende qualcosa, svita il tappo e versa un chicco di riso del prodotto sull’anulare, lo passa con precisione lì sulle rughe. Alla sua età ha avuto quasi tutto, e vuole sempre di più. Un rumore di vetri infranti lo estrae dai sogni. «Sei uno stronzo!», si sente dire.

Continua…

 

 

Feb 5, 2014 - Senza categoria    No Comments

Quel bacio

 

 

“ …il tempo, da quel bacio lungo affascinato, ipnotizzò la luna, convinse l’universo a rallentare, mise da parte la sua fretta e, si mise il vero amore a contemplare… ”

Sergio Moretti

Feb 1, 2014 - Senza categoria    No Comments

In risposta a vari commenti su poesie racconti scritti vari

 

Come altre volte da me esternato sull’argomento, ribadisco, per quanto mi riguarda, a parte i momenti di ispirazione proficui o meno, l’emozione di uno scritto o poesia che sia, nel mio caso elude l’espressione diretta di propri fatti di vita. L’anima assorbe sensibile e si fa crogiolo, regalando a sé e spargendo intorno a sé comuni sensazioni che portano a rammentare emozioni…

Buon proseguimento, Sergio ( Oroserio )

Gen 3, 2014 - Senza categoria    No Comments

 

Racimolo emozioni, limpide, moribonde rugiade, attimi lasciati a se stessi, da un sole spento, da chi non se ne avvede, e non sa che farsene, in Estate, dei dolcissimi fiori d’Autunno. “

Sergio Moretti

Dic 27, 2013 - Senza categoria    No Comments

L’universo urla

 

 

Pensieri

Si cercano

I nostri

Si amano

Anche l’universo

Urla

A fecondarne

Il grembo

Nel tempo

Di una stella

 

Sergio Moretti

Ott 19, 2013 - Senza categoria    No Comments

Mica dormo, io. Post quinto.

 

 

Mica dormo, io.    Quinta ed ultima parte…



Sono imbarazzatissima. «Sempre la solita scema», borbotta quello stronzo di Marcello. Lui e Gina, con i bicchieri pieni in mano, giocano a intrecciarsi le braccia. Sento il calore che mi sale sulle guance. Sarà stato il fuoco. Sarà stato il vino. Che ho caldo non mi va di dirlo. Il mio cappotto è un pezzo che me lo son tolto; è il golfino, che ho pesante. Con mio stupore si spogliano. Come se mi avessero letto nella mente. Lei si toglie il poncio, mio marito la giacca. Silvano si sfila la maglia di lana, la camicia che porta sotto non la vedo adatta ad un uomo della sua età. Troppi ricami fantasia. Gli siedo accanto. Mi sento sciocca. Afferro il calice di nuovo colmo che lui mi offre. Speciali questi ricci di mare. Mi chiedo dove li avranno presi; mi rammentano i viaggi con lui. Quello in Puglia si fa strada. Voglio andarmene. Non mi va di vederli sbaciucchiare. Non era questo il programma. Per Gina e Marcello non esistiamo più, hanno troppo da fare. Silvano, con un’espressione di dolore represso, alza le spalle. Mi versa ancora. Mentre il fuoco scoppietta io e lui ci guardiamo. «Ti mostro la casa», mi fa «vieni». Mi prende per mano. Stranamente glielo permetto. Il mio sorriso, mentre lo seguo, è di cortesia. Verso l’uscita, dopo l’angolo, c’è il bagno. Apre. Mentre osservo mi parla della marca dei servizi, dei lavori che ha fatto. Tutto con le proprie mani. Esce. Prima di proseguire negli altri ambienti s’affaccia a vedere quegli altri due. Che brutta smorfia che fa. Chissà cosa ha visto; provo a indovinare. Ho voglia di guardare. Pomiciano, avvinghiati senza ritegno. Credevo peggio. Lei ha una mano sullo schienale. Lui con un braccio le cinge le spalle, nude. L’altra mano sotto la coscia. Silvano se n’è andato; mi precede verso l’altra camera. Lo raggiungo. Osservo i dettagli. Invidia malcelata la mia. Ci andranno Gina e Marcello a dormire, a scopare. Silvano pare non gliene freghi nulla. Mi sta spiegando che le spalliere sono di ferro battuto autentico, che il baule è di bla e bla e bla… Io non ascolto. Mi siedo sul bordo del letto. Come una bimba, col sedere, inizio a ballarci; prima piano poi sempre più forte. Sono molto triste. Me lo ritrovo al mio fianco che salta anche lui. Ridiamo. Non ho mai capito, come accadono, certe, cose. Erano anni che non venivo baciata così. Passione. Trasporto. La mia voglia. Di ricambiare. Sento che armeggia con i miei bottoni. L’unica rimasta vestita in modo decente là dentro sono io. Sarei curiosa di vedere Gina ora. «Aspetta» gli faccio «sto soffocando», In effetti la temperatura è alta, «Mica c’è solo il camino», dice lui, con evidente voglia di parlare «i termosifoni sono automatici, qui, una mia invenzione». Ma che mi frega. Non approfondisco. Mi gira appena la testa, ho bisogno d’aria. Finisco di sbottonarmi questa, che più che maglia mi pare un secondo cappotto. Lui finge di sistemarmi i capelli. Mi carezza le spalle. Ora lo gelo: «Non ti fare strane idee», dico con disprezzo. Non mi sente. È già al lavoro, baci, sulle braccia, sul collo. Non so che dire. Che fare. Mi attrae a lui. Finiamo sdraiati. Ha un profumo… diverso da Marcello. Con le labbra mi sposta il reggiseno. Troppo silenzio di là. Cosa faranno? D’istinto mi volto. Stanno qui, in piedi sulla porta, mano nella mano, ad osservarci. Mi alzo di scatto e urlo. Il mio viso si fa più rosso della brace. Mi vergogno. L’espressione sui loro volti è indefinibile. Scrollo via Silvano, che mi dice dolcemente di star tranquilla. Mi ricompongo. Mi siedo sul letto. Lui dal mio fianco non si muove. Non so perché ora è in canottiera. Con il suo forte braccio mi stringe a sé. «Ecco finalmente l’occasione buona per parlare», sibila rauco mio marito. Lui e Gina fanno due passi. Si siedono. Lui al mio fianco. Lei accanto al suo ex. Siamo tra loro due. «Sì, forse è meglio», rispondo stizzita. «Così ce ne andiamo». Voglio alzarmi. Non riesco. Non come avrei voluto fare. Il padrone di casa non molla la presa. Mi rilasso. Riprende a carezzarmi il collo. «Non ti va di parlare con me adesso? Giovanna?», sta dicendo invece Marcello, che per attirare la mia attenzione mi dà colpetti sul braccio. La sua mano mi vola dietro le spalle, e sa come scendere; ora risale, sui gancetti del reggiseno. Sento. Mi sorride mentre lo guardo. Silvano se ne sta voltato a sinistra, verso la sua ex. Senza mollarmi le sta facendo gentili apprezzamenti. «Che profumo ti sei messa?», mi sussurra Marcello. Pare si sia addolcito, quest’uomo che ho amato. È a lui che fino a un’ora fa dicevo di amare alla follia. Che avrei fatto di tutto, pur di riaverlo. Lo sguardo che ha ora su di me lo conosco fin troppo bene. Sa d’amore, mentre simula di annusare essenze, odori. Eppure m’ha vista mentre baciavo un altro. È la prima volta. Non ditemi che sono strana. Ho il suo naso che passeggia sul mio viso. Naso labbra e lingua, conoscono bene il percorso, anche il mio volto si bagna. Il reggiseno cade ai miei piedi. La mano di Silvano, quella che aveva sul mio collo, carezza ora sapiente le mie spalle. Se la sarà dimenticata là da prima, visto che con Gina si stanno baciando. Niente di male ma non ci capisco più nulla. Credo si stia facendo tardi. Devo andarmene; con un capezzolo tra i denti di Marcello però sarà difficile. Sospiro. Chiudo gli occhi. In fondo è ciò che volevo. Mio marito ha scelto di nuovo me, scende, risale, scende. Mugolo. Ci ameremo per sempre. Le calze, brividi, mi si tolgono, da sole. Ora mi alzo. Non mi sapevo così, ma cosa aspetto? Son di un tocco, queste mani… Silvano bacia da dio, mi tocca dappertutto, con queste dita, troppe, troppe, le riconosco, le riconosco, che mi pulivano, delicate, delicate, provo a indovinare, il fango, le cosce, mica tanto tempo fa, in macchina.

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