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Nov 2, 2012 - Senza categoria    No Comments

Laguna Mara (seconda parte)

 

Continua dalla prima parte:

 

 

Per farlo sperimenterò. Comporrò una lettera, come fosse un diario.

Se per magia diverrà racconto le fantasie prenderanno vita come ad ognuno di voi piacerebbe si avverassero.

Userò nomi inventati? Beh, sì, forse, per forza. Uno appunto è Giorgio, il mio. Non l’ho mai usato prima perché non m’è mai piaciuto tanto da immortalarlo.

Nelle mie evoluzioni letterarie troverete spesso il nome della mia Mara.

Un nome trovato nel magazzino dei ricordi, appartenuto a donne ignare di fornire tale prestito.

Credevate che spifferassi la realtà dei fatti?

L’ho amata da subito, Chioggia intendo. In questa città ho trovato quell’armonia che neppure la donna più agognata sarebbe riuscito a donarmi.

 

Già dai primi squilli quella voce mi fu difficile da decifrare, eppure era chiara al raffronto con le ultime chiamate. Non faceva che parlarmi di altro, mai di lei come donna e madre di famiglia.

Sciorinava delle calli, dei fasolari; nozioni di pesca moderna, di quella antica.

Quando cambiava discorso la laguna diventava poesia, e i versi contenevano ogni tipo di imbarcazioni della storia di Chioggia

Le prime volte restai stupito dal suo comportamento.

Il modo con cui decantava le doti del proprio luogo natio era da venditrice. Cosa mi voleva appioppare? non capivo il perché di tanto ardore.

Sapevo della libreria. Conoscevo Mara come persona molto colta.

Che fosse una studiosa di tutto un po’ a me lo disse proprio lei.

Nelle lunghe telefonate mi raccontava quanto lei fosse affascinata dalla storia, e che anni indietro si era interessata alla politica.

Per diletto leggeva. Scriveva anche ma, a me confessò che qualcosa le bloccava la mano a buttar giù cose serie…

Mi propinò pestilenze e resurrezioni, tanto da creami immagini di una martoriata città. Quindi arrivò l’invito a recarmici, a Chioggia.

Ancor oggi non son certo se giocava con me, quando sbuffava i suoi «Sì. No. Uffa!» con voce falsificata, infantile.

La interrogai. Lei ripeté che sì, stava da sola. Non c’era nessuno con lei.

«Non ti fidi?» disse più volte «se non ti fidi non mi cercare più». Non son mai stato certo che fossero singhiozzi i versi che udivo.

Avrebbe dovuto dirmi quando era lei, quando non lo era. Con il senno di poi è facile sputtanare ai quattro venti che normale la mia “ciosota” non è mai stata.

Mi inquietava il suo comportamento. Le chiedevo sì e no come stava. Avrei voluto dirle di più, che mi piaceva, che me ne ero innamorato già da quel primo incontro “virtual letterario”.

Nella mia testa il pensiero maledetto “no! Zitto, sei matto?” del più timido, del più stupido dei miei io. Temevo la sua isteria. «Perché matto?» dissi una volta ad alta voce, da solo, come i mentecatti.

Dall’altro capo del telefono l’immagine nella mia testa della bella libraia diceva «scusami, non ho capito…cosa dici?»

«Nulla nulla!» cambiando colore, imbarazzato, viso in fiamme. Per fortuna non era lì.

Quel “sì, no, uffa” ed anche “sì, no, ma dai…” erano i suoi tic più frequenti. Non erano i soli purtroppo.

La sentii blaterare al telefono, prima di tentare di vederla dal vivo.

Bella la volta che arrivai al termine della telefonata per riuscire a dirle «Sono molto felice di parlare con te.». Incassai un sospiro da lei, un “dolce” «Anche io».

Se n’è andata via. Per sempre. La stagione dei sogni non dura molto, ed io son qui, in questa libreria, in questa Chioggia che ho amato da quella notte passata a scrivere pezzi da inviare, da quando iniziai a documentarmi…

Ricordo la mail in cui mi prendeva in giro per il mio accento. “Tipico romano” era scritto.

I miei erano solo messaggi brevi, mi limitavo a un “ciao come stai?” oppure “quando ci vediamo?”.

Ne feci un archivio «Eccomi qua», dicevo in una più lunga «sono a scrivere questa mail che temo tu non leggerai», l’impostavo così perché non avevo voglia di mandarla.

Andò avanti un bel po’. Con la scusa del concorso letterario mi decisi a chiederle il numero di telefono.

Non so se fu lei ad essere convincente, o perché mi allettava un eventuale “incontro con l’autore”.

Mi disse che si sarebbero fatte presentazioni in quasi tutte le librerie, compresa la sua.

So solo che credetti possibile una mia vittoria, una mia affermazione.

Quella notte stessa in cui seppi che una non meglio precisata associazione culturale legata al mondo editoriale metteva in palio anche un viaggio con soggiorno mi feci scaricare il bando.

Naturalmente fu lei a indicarmelo. Lei a convincermi, lei ad inviarmelo e lei ad indicarmi i siti dove avrei potuto ragguagliarmi sulla storia della sua “patria”.

Sì perché il titolo del concorso era “Vivere Chioggia oggi come ieri.”.

 

 

Continua…

 

 

 

 

 

 

Ott 30, 2012 - Senza categoria    No Comments

Laguna Mara (prima parte)

Si vedono molti turisti per le calli stamane. Più del solito. Chissà per quale motivo…

A pensarci bene potrebbe essere solo una mia impressione. Eppure eppure: forse è per il mercato? no quello c’è stato ieri.

Dev’essere frutto delle campagne pubblicitarie viste in tv, o chissà cos’altro.

Fatto sta che non essendo nativo di qui mi immedesimo subito in uno di questi personaggi che vedo per strada.

Ce ne sono molti. La mia scelta ricade su quello là con i calzoni corti, dall’aspetto giovanile.

Sta passando ora qui sotto. Non so perché ma lo sto osservando intensamente. Mi ricorda qualcosa. La mia vita.

Al suo fianco c’è una donna, lo riprende di continuo. È una vera bisbetica.

Ecco mi hanno visto, mi lanciano tutti e due uno sguardo, ma uno sguardo…

Quello di lei è velenoso.

Mi volto di lato, incontro gli occhi di Nastya. Recito, per quei due sotto: non ho voglia di dirle nulla, lei mi sorride. Rispondo distratto al sorriso.

I miei occhi tornano in acqua, si spostano: c’è ancora lui, quell’uomo. Dal suo fare lo immagino invidioso. Non so di chi, né di cosa.

La moglie vipera gesticola. È carica di disprezzo, mah; si studiano la mia casa; lei si sofferma sull’aspetto esterno della mia abitazione. Ammicca.

“Quella sì che è vita”, starà pensando suo marito; i suoi ragionamenti mi appaiono chiari, spezzoni di un film: “deve essere un uomo felice quello lì tranquillo al balcone, quanti anni avrà?”.

Di certo se la porrà la domanda.

L’età è quella che si cerca di scoprire per prima. Sui cinquant’anni, “passati” ribatterà.

Ben portati aggiungerei io.

Se la sua poesia non è repressa noterà: “quei fiori… le finestre sono un giardino”; così dissi io tanto tempo fa.

Mi sento lui in questo momento, che già si pregusta un pranzo a base di pesce e di locali frutti di mare

La voce della donna è stridula. La classica impicciona.

Ciò che dice non si comprende, ma posso immaginare «Vedi quell’adolescente mezza nuda?», starà starnazzando «il padre non le dice nulla, non ce l’ha una madre? Se non è il padre chissà chi è…».

Per fortuna quella non è mia moglie. I miei guai l’ho già avuti, e sono certo, quasi certo che è così come dico io. Mi sento al suo posto sapete?

È classica: voi passate là sotto certi di volervi fare gli affari vostri, e mentre guardate la scenetta sopra di voi, vi state chiedendo se quella ragazza sia sua figlia o sua nipote. Una quindicina d’anni presunti. Aspetto dolce. Aria da creatura obbediente, almeno all’apparenza e, quel cane media taglia che si vede scodinzolare, per voi, è felice pure lui. Vi siete mai domandati cosa potrebbe esserci dietro?

Ecco, mentre passate mi vedete. Vi fate zitti: “sta dicendo qualcosa”.

Abbassate la testa guardando nel canale. Per non dare nell’occhio. Siete a pochi metri.

Infatti sto parlando. Dico a Nastya di andarsi a preparare se vuole che io la accompagni. Mi risponde che aspetta la sua amica. Ecco che quella da chissà dove sbuca.

Allora voi là sotto fate la scoperta che l’uomo lassù è delle vostre parti. Sì perché ha parlato ad alta voce. Sentirne l’accento fa capire quanto sia fuori luogo, penserete ad un turista o ad un parente di quella signora che abita là…

Poi ascoltate la giovane che attacca discorso in dialetto con una sua coetanea in strada. Vi fate curiosi.

La ragazza che è sotto sta per raggiungere il ponte. Si ferma, risponde.

Voi capite poco di ciò che dicono, realizzate però che quell’uomo al suo fianco non può esserne il padre.

Se della coppia siete l’uomo vi verrà in mente suo nonno, uno zio. Se al contrario siete la donna non voglio pensarci a dove le vostre conclusioni andrebbero a parare.

Non prendetemi per un ottuso maschilista, ho le mie buone ragioni per dire ciò.

Vedere questa gente m’ha fatto rammentare i tempi passati, mi sento ispirato. Vi racconterò di Mara. E di questa città che m’ha adottato.

 

Continua…

 

 

Ott 5, 2012 - Senza categoria    1 Comment

Nel bel cielo di dentro

Acqua, sei parte di me, testimone della mia anima, scorri in eterno tra cielo e viscere della terra… Battezzi lacrime e lucidi sorrisi, annaffi amori e lavi dolori… Tu, che inondi anche questo fiore, che s’apre, sarai diluvio su questa unione, che freme; sarai lampi, godimento nel bel cielo di dentro di chi si ama, e sfinimento…  

Set 22, 2012 - Senza categoria    No Comments

Amando i tuoi occhi

Non si ispira


Alcun verso


Alle stelle


Né fiori


Né mare


Tutto s’offusca


Amando


I tuoi occhi

Set 5, 2012 - Senza categoria    No Comments

Orizzontale sipario

 

Dischiuso orizzontale

Il sipario 

Non trattiene per sé

La famosa acqua

Al suo mulino

Ma la dona

La luce

La Luna

Ridente s’arrende 

A un destino perverso

Di attenti sguardi 

Pensanti

Di chi 

In nome

Del perenne volto

Desidera 

Vuole

Spesso d’istinto 

Uccide

Negli altri

E in se stessi 

Ogni tipo d’amore

 

 

 

Ago 7, 2012 - Senza categoria    1 Comment

Il cuore di Efrosina, terza ed ultima parte

Il cuore di Efrosina, terza ed ultima parte 

 

 

 

«Come? Quali? In che senso la fine?», chiede allarmata. «Fammela vedere dai», insiste lui. Resta fredda; dell’eccessiva licenza accusa l’alcol. L’atmosfera gela. Efrosina non sa che fare. «Neanche in piscina si vede la fine» azzarda «Mi dispiace; però dai, si intuisce,vedi? Che…» scopre il ventre perfetto. Il disegno di un grosso cuore inizia dall’ombelico. Carlo strabuzza: «Bellissimo» s’avvicina «Bello bello».

«Vuoi vedere l’ultimo?». A quelle parole l’uomo pensa sia tutto un gioco. Annuisce, ma in modo fiacco, a far intendere che non è importante. Efrosina s’alza la maglia. Sotto al reggiseno, a sinistra, c’è una tazza. «Fantastica», esclama estasiato, allunga il collo; con il dito chiede di vedere il resto. Al cenno di diniego insiste: «Però il camaleonte non l’ho visto b…». Non finisce, bloccato dalla maglia che va in alto, e poi sul sofà. «Non pensare a male», gli fa notare che non traspare nulla. Lui alza le spalle. Il rettile a destra si vede quasi del tutto. «Tranquilla, a me interessano solo i tatuaggi», con le dita fa scorrere l’intimo in basso. Lei cambia respiro. La lingua d’inchiostro ghermisce il capezzolo. Un rivolo di tinta caffellatte si versa dall’altro. Capolavori come piacciono a lui; si chiede se Efrosina sappia… dei propri gusti, di certe sue manie: «Nel nostro ambiente la prima cosa che si viene a sapere delle persone sono le preferenze sessuali. Non le capacità». A quelle parole lei con naturalezza si alza, fa scorrere i jeans, toglie le scarpe. Lui la raggiunge, sfiora con le dita i colori sino ai rosei bottoni, ne sente ingrossare la forma. Lei manda un verso e si ritrae appena, scettica, ancor più quando lui le va dietro, con l’indice segue il picciolo sin nell’oscurità. Efrosina trasale, il perizoma le scende a mezza coscia, Carlo si slaccia la cinta. «Ma cosa fai?» esclama allarmata. Lui con un angelico: «Ma non comprendi?» le sposta la rada peluria; gioca nel cuore umido. Lo schiude. Lei si tira dietro, fino a sentire la parete col sedere, poi con le spalle. Parla con voce soffocata: «Cos’è che non avrei capito?» mentre la mano le va a proteggersi sotto. «Ti prego» scongiura ansimando impacciata.

Ma l’uomo si toglie scarpe e calzoni: «Amo i tatuaggi, guarda». Dal proprio femmineo tanga trasbordano miti, armi ed arnesi. «Io sono un professionista» dice semiserio un attimo prima di leccarle le immagini sul corpo, poi tra un bacio e un altro sussurra: «Non farei nulla contro la mia carriera». Segue il caffè che sa di donna, salta il ventre, nel cuore insiste. Lei è frastornata, stordita. «No, basta! tu non sai…» quasi urla vedendolo togliersi l’intimo. Ma là sotto il capolavoro la prende. «È Eros», risponde Carlo al dito di lei. È ad un palmo dal dio. «La loro passione genererà Piacere, il loro figlio», le spiega, la scena, Psiche, i personaggi. Si indica la freccia, tesa. Efrosina non può non notare i particolari. Come il tutto interagisca con l’erezione. È stupita. «È un lavoro fantastico, Carlo. Ma il mio cuore è integro» sorride smaliziata, «Ho fatto un voto: resterò vergine».

Sorpresa: gli occhi azzurri non brillano più. Neppure quando ripassa lieve i rilievi del camaleonte. Lei di scatto si scansa. Gli dà le spalle. Lui sconfitto abbassa il capo.

«Conosci la storia di un certo eroe svizzero?», pigola femminea, ondeggia verso il divano. È allegra, ma per poco; muta espressione, trasale. Una mano forte sulla spalla la sorregge. Un’altra sul fianco la trae a chinarsi. Allo specchio è diversa; non è sempre sbagliato abusare di ciò che piace, pensa allo sguardo sempre più animalesco del novello Guglielmo Tell. Non di stupore spalanca la bocca. Si sente scuotere. Quasi urla. Nel corpo. Nell’anima. Sulla spalliera s’afferra. Suo malgrado mugola. Asseconda il ritmo; ascolta il maschio che si lamenta, si tende convulso. Lei invasa chiude gli occhi, la mano libera a proteggersi il cuore di sotto. Ancora una volta inviolato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lug 31, 2012 - Senza categoria    1 Comment

Il cuore di Efrosina (seconda parte)

Il cuore di Efrosina, seconda parte

 

 

Carlo le va di fronte. Le pare delusa, si spinge col sedere sul tavolo. Le parla, come se stesse belando, che il proprio nome non gli piace.

«Ma non è vero, il suo è da vero uomo…» la donna lusinga e muove le dita per esprimersi al meglio. Mostra le lunghe unghia molto curate. Poi ricorda le chiacchiere. E si pente dell’ultima frase.

«A me non è mai piaciuto. Ma non mi dai del tu?».

«Sì sì certo, mi scus… Che scema, e che…», s’impaccia.

«Ma no, dai. Capita spesso anche a me. Colpa della mia professione, che impone distacco».

«Quanto dura il mio periodo di prova?» cinguetta. Apre la borsa. Carlo trasecola. «Ma c’è scritto sul bando» starnazza lei sbiancandosi in volto «eventuale periodo di prova».

«Eventuale» rimarca serio. «Mi parli delle sue peculiarità» le dice con moto d’imperio «L’ascolto. Mi dica, mi dica» insiste freddo. Il volto di Efrosina si accende così tanto da far concorrenza ai capelli: lui sta prendendo le distanze? Ma cosa crede? Le chiede di darsi del tu, la fa scoprire; poi fa lo stronzo? «Va bene signor Carlo» vistosamente sdegnata «Io ho tutto in regola. Non ho voglia né tempo da perdere, controlli pure. Faccia le sue domande. Ma non mi prenda in giro» tesa come se stesse per piangere. Che reazione! Cavolo di carattere per quest’uomo abituato ai visi delusi, alle più brutte situazioni. «È stato un malinteso» La rassicura «Va tutto bene». Si parlano. Si scusano tutt’e due insieme incespicando le parole. Ridono. Cala la tensione. Carlo fa forza sui palmi. Siede sul tavolo. Per non sporcarle i jeans sposta i piedi. Lei riapre la borsa. Si soffia il naso «È che non sono abituata ai colloqui diretti» confessa.

«Cosa fai nella vita Efrosina?».

«In questo periodo collaboro con riviste online», più disinvolta. «Solo questo?». «No. Aiuto mia cognata al bar. Ho un bambino da reggere tre volte a settimana» riprende forza.

«Come: “un bambino da reggere”?» curioso.

«Baby sitter» precisa la donna, di nuovo un po’ in ansia.

«Ah ok» fa lui tornando al suo posto. «Puoi prendere se non ti dispiace da bere?» con breve cenno del dito, quindi afferra le carte, rilegge di lei. «Serviti pure. A me acqua tonica e gin». La donna dapprima non trova, poi intuisce che qualcosa è nel frigo lì in basso. Si china.

«Sono disponibile a fornire le più ampie referenze» Ad alta voce Carlo «Bene bene» soddisfatto alza gli occhi, vede nuda parte della schiena. I calzoni che le cedono. La pelle chiara. Lo spettacolo è un tatuaggio, la maglia è sipario. Non si distingue il tema. «Ti aiuto io». D’impeto lascia la pratica. Due passi e le è dietro. Un affresco la mela morsa. È colpito dalla parte integra del frutto che si infila nel perizoma. Il picciolo si avventura nel solco, pallido. Non si vede altro… ma non stacca gli occhi, deglutisce: «Tu cosa vuoi?». Sceglie i liquori. Le si contorce intorno. «Ne prendo due?», parla con la testa chissà dove Efrosina, si alza e si volta, una lattina per mano, schiacciandosi di petto sul ventre di Carlo. Con la bocca gli colpisce il mento. Si ritrae, le mani involontariamente sull’inguine. Perde equilibrio, un barattolo rotola. Si è aggrappata al polpaccio di lui. Lo stringe con forza. L’uomo l’afferra sotto l’ascella, la riporta in piedi. «Uno è sufficiente» soffia senza lasciare la presa. Lei ringrazia imbarazzata. Gli toglie la mano ripensando ai reciproci palpeggiamenti. Gli occhi azzurri sorridono impassibili. La invita a brindare, alla carriera, ma non le dà del tu. Efrosina ha un ghigno sul volto. «Mi è difficile dare del tu in ufficio» si scusa Carlo schioccando le labbra «Meglio che tu lo sappia». Versa ancora, già prima ha abbondato col gin. Bicchieri in mano la invita a seguirlo. Un bel divano contornato da specchi fa mostra di sé. Il cuore di Efrosina si calma; lui le offre un altro cin cin, che non si sente di rifiutare. Si bagna appena le labbra e fa per posare il suo drink. «Non ti piace?», esclama Carlo finto offeso «Peccato», e glielo sottrae, lo svuota. È allibita, anche perché lui insiste col bicchiere mezzo vuoto ch’era il suo. Efrosina se lo scansa più volte dalla bocca, ride, infine manda giù. «Non c’è gusto ad abusare di ciò che piace» sussurra sorniona, pulendosi col dorso della mano.

«Ah sì? A proposito, sai che ho visto i tuoi tatuaggi?» confessa Carlo «Purtroppo mi manca la fine…» aggiunge con malizia.

 

Continua… 

Lug 24, 2012 - Senza categoria    1 Comment

Il cuore di Efrosina, Prima parte

Il cuore di Efrosina è un racconto breve nato per il “Concorso Saffo” sezione “Casanova”, lo posto qui dividendolo in brevi parti per poterlo condividere con voi. Non credo sia troppo spinto, ma solo chi lo leggerà potrà giudicare.  

 

 

 

Il cuore di Efrosina (prima parte) 

 

Efrosina è inquieta. I graffiti sul muro la colpiscono… Per lei ogni cosa qui è ambigua; ad esempio cosa ci fa il mobile bar in questo luogo? Due sole poltrone poi… e perché quella porta mezza aperta? Pare ci sia un letto, là dentro; e vi si accede solo da quest’ufficio. Qui vi si dovrebbero svolgere solo colloqui di lavoro. Si fa molte idee, sa che deve respirare, riflettere. Forse sono pregiudizi quelli che cova. Lei è solo una delle tante. Lo sa; ma è convinta di avere delle doti non comuni. Non solo per i capelli rossi, lunghi. Li ha raccolti a coda di cavallo; le scoprono il viso artificialmente lucido, il volto spigoloso risalta. Il suo sorriso è di mera convenienza. Le gambe le si accavallano senza sosta. «È brutto il mio nome vero?», mentre parla si rende conto di squittire: vorrebbe una voce più dolce, sensuale. Invece un forte senso di inadeguatezza la prende. La fa star male. «È antipatico, lo so», insiste a colpi di tosse: «I genitori a volte mettono certi nomi». Oggi proprio non si sopporta. Ripete gli stessi concetti un’infinità di volte. Non dovrebbe. Ma le viene. Un nervoso: sposta di nuovo le gambe. Vantaggi di non avere la gonna. La poltrona zoppica. Il dondolarsi è spontaneo.

Lo sguardo maschile è attento. Per lui è scarsità d’equilibrio. Anche interiore. Con cenni della mano la incita. Vuole che si apra. Che si sbottoni. Metafora che si trasforma in immagini mentali: le belle labbra non producono nulla di interessante. Un sorriso illumina i pensieri del professionista. Dovrà dare giudizi seri su di lei. Etica e deontologia interessano alla Società. Né seno né sedere. Non è mai caduto in tentazioni. «Non ha importanza il tuo nome» bofonchia alzandosi «È desueto. Non è brutto». Lei si rincuora. «Sono le persone a volte ad essere antipatiche» aggiunge Carlo; si passa la destra sui radi capelli, brizzolati. Come palme d’argento ondeggiano su un’isola deserta. «Il nome famoso lo fa la persona… Non il contrario». Continua a parlarle, lentamente. La ragazza osserva quell’individuo affabile dal mare negli occhi. Tenebroso quanto basta. La induce in soggezione. Indecisa su come dire ciò che sa. Troppo importante quel colloquio. Lei è bella sì, ma come tante altre donne non ancora sfiorite dalle rughe. Il rossetto eccede, unge. «Avrò successo nella vita anche con questo nome» parlando increspa le labbra e ne esaspera le curve superiori «Perché io ho i miei studi, le mie capacità. Non sono altezzosa. Sono sincera. Questo è ciò che penso». «Non nutro dubbi sulla sua sincerità» tuba Carlo andando in finestra. «Così farà carriera». Smorfia scettica alle spalle di lei. Guarda in strada. Efrosina non si volta. Resta seduta alla scrivania di fronte alla sedia vuota.

«La sincerità è una gran cosa. Ma ci vuole ben altro signorina… dico bene?». Non c’è nessun altro in ufficio. È tardi. L’orario non l’ha scelto lui. Caso ha voluto che tutti e due avevano impegni prima.

«Sì. Giusto; sa che ho dimenticato il suo nome?».

«Non credo. Non ho l’abitudine di dirlo. Uso il cognome sul lavoro». Fa per riandare al proprio posto. Qualcosa lo ferma: nella scollatura si intravvedono i seni, lisci, di certo perfetti. Ciò che lo colpisce è a destra, alla fine dell’abbronzatura, un camaleonte in agguato. Sbircia. Il capezzolo è la preda, ne è quasi certo. «Carlo. Carlo Fucchi» riprendendo fiato. Il profumo che emanano le sue ciocche di fuoco è intenso.

«Diamoci del tu» si sente dire Efrosina, il fiato di lui sul collo. Solleva la palpebra destra. Intercetta la mano. Forza l’occhio a seguirla. Sente una leggera pressione sulla spalla. Il cuore le batte oltremodo.

 

Continua… 

Lug 3, 2012 - Senza categoria    6 Comments

Non è un momento

 

Quando

Hai le stelle

Sul volto

La falce è accesa

È appesa

A balzi

Mi senti tuo

Ed è lì che ti raggiungo

Tra contrastanti diamanti

Socchiusa

Hai il colore dei brividi

T’accendi

Fremiti

Incoscienze

Nel tempo

Nello spazio

Non è un momento

La non sofferenza

È altro piano

La nostra esistenza

Da fatti

Silenti

Pervasa  

Giu 11, 2012 - Senza categoria    1 Comment

SORSI D’EGOISMO

 

Nessun ero

Prima di te

Cucciolo di lupo

Da sopra i tuoi monti

Ululo

Non solo alla luna

Sorsi d’egoismo

Disseteranno

Il mio animo

Arido

Torno

A respirare

La tua pelle

S’insinua

Nelle mie mani

S’immerge

Il mio amore

Nelle lacrime tue

E volo

Ogni volta più in alto

Come son tante le stelle

 

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