Ago 7, 2015 - Senza categoria    No Comments

Senza data certa

Certezza, senza data certa esisti ad esistenza tolta.

Certezza, leggendo lacrime non mie tutta t’ho sentita qualche volta.

Sergio Moretti  

Giu 14, 2015 - Senza categoria    No Comments

La ruota di scorta (pezzo stralcio abbastanza recente mio per racconto a più mani)

La ruota di scorta

 

Tirati su, è sporco. Vuoi deformarti, in quella posizione? Accanto al cofano, a terra come te, c’è una vecchia gomma. È distrutta dentro e fuori, la vedi? Vuoi fare quella fine? Non t’ho chiesto, come dici, di immergerti nel fango. Non di questo garage almeno. Mi viene da ridere. Scusa. Non a sproposito dai. Non sono stronzo. Era per sdrammatizzare. Non piangere; a parte che non mi fai pena. Non posso dire neanche che non m’interessi. Anzi. Però ricorda che sei tu che hai cercato me. Ti avevo pregato, lasciami perdere. Ho lei, è importante per me in questo momento. Mi segue alle conferenze, t’ho detto! Tu hai insistito: solo un caffè. La prima volta. Non volevo rivederti. Ho troppi impegni lo sai. Lo champagne già la sera appresso. La seconda volta che uscivamo insieme. Un’altra bottiglia? e quando la finiamo? abbiamo detto a fine cena in coro al cameriere, a tappo ormai saltato. Ce la siamo portata. Di sopra. Tutta la notte. Labbra mai secche. Fino al mattino, latte e cornettino. Sei donna, in tutto e per tutto. E io, se vuoi, te l’ho già detto, insomma, non me lo far ripetere, mi dà fastidio sai parlare in questo modo. Facile darmi dell’ipocrita. Lo so bene che non sei una cosa, ma non è possibile altro per me ora. E poi, comunque la si metta, anche una ruota di scorta è importante. Dicono i benpensanti di non essere mai la seconda scelta di nessuno, ma che ne sanno loro del gusto dell’attesa. Delle vere emozioni? Sarà anche brutto essere trattati da oggetto, eppure ascolta, c’è una logica in ogni cosa. Non guardarmi con quell’espressione assassina. Non ti sto prendendo in giro. Ti faccio un esempio: quella gomma sgonfia col cerchione ammaccato è un vecchio rottame. La getto in discarica. A te mica butto via. Tu sei quella buona, di ruota di scorta. Non interrompermi, è una metafora! Con te non ci si riesce proprio a farsi comprendere. La metti troppo sul personale. Ma quale morale? La realtà è questa che ti dico io: nel cofano dell’auto tutti ne abbiamo una. Sempre pronta. Nessun percorso l’ha segnata. Vergine, o quasi. Non alzare gli occhi. Non si vede il cielo. Solo un soffitto ammuffito. Insomma, dicevo, sarà stata usata una volta o due. La ruota, certo, sto insistendo con la gomma di scorta. Vorrei farti capire cosa intendo. L’unica vera differenza è che non è gelosa. È un oggetto. I sentimenti no. Magari lo fossero. No! Non dirmi quella parola. Non fuori dal letto. Sarei io il maiale eh? Che brutta smorfia. Da quando bestemmi? Addirittura morto mi vorresti? Così mi ami? Asciugati il viso, che sei una maschera. Dammi la mano. Alzati. Vieni. Sediamoci sul quel vecchio divano. Ragiono troppo da uomo? dici, mah. Infatti, non sono una donna. Ad esempio io farei volentieri la ruota di scorta. Tu lo sai bene di chi. Spero che chi dico io buchi. Esploda sull’autostrada. Come un copertone. Un giorno sì e l’altro pure. Sono pronto. Mi si usi pure all’occorrenza. Che in realtà sono io che lo permetto. Che mi ci metto. Sotto quella carrozzeria. Rido sì. Piangi tu, se credi serva a qualcosa. Sai che gusto sulle sue curve. Scema! M’hai fatto male. Non lo fare mai più. Siamo tutti contro la violenza, ma ogni tanto a voi donne qualche ceffone vi scappa eh? Lo schiaffo forse me lo sono meritato. Non c’è bisogno che mi chiedi scusa. Fa nulla dai. Lo so che mi vuoi bene. Sono i fatti che contano. Non le parole. Comunque non avevo finito. Dicevo che io ci starei al posto di lui. Usato ad ogni occasione. Speciale sul bagnato, nelle cunette. Le buche? Faccio la gomma, schizzo fuori. Ridi? Vedi? Vieni più vicina. Mi conosci più tu che non io stesso. Non era mia intenzione offenderti. Non devi soffrire. Scegli. La proposta te l’ho fatta. Ho pensato a te per il viaggio. Mezza Europa insieme. Sia all’andata che al ritorno. Ancora quella domanda? Mi sa che sei masochista, te l’ho detto al telefono. Il giorno potrai stare in sala, mischiata nel pubblico. La camera singola te l’ho prenotata. Brava sorridi. Sii felice. Starai in una pensioncina, trecento metri dal nostro albergo.

Sergio  Moretti 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giu 2, 2015 - Senza categoria    No Comments

Forse

Neppur fossi
Santo o mostro
Solo allora
Sarei,  forse,  forse 
Sempre me stesso

Sergio  Moretti

Mag 29, 2015 - Senza categoria    No Comments

Ma come fa mia cugina? , da: I silenzi di Marika

Ma come fa mia cugina? Marika riesce sempre a stare zitta. Stasera poi è presa di mira di brutto. In questo momento, ad esempio, la stanno linciando, parole che a me ucciderebbero. Per risposta sfoggia un’incredibile maschera di tranquillità. Quante gliene stanno a dire. Lei se ne sta distaccata, assorta, con quel suo visino angelico, come se tutti quei rum e pera non se li fosse scolati lei. Ora le stanno cambiando le domande: «Perché torna a casa come minimo alle cinque del mattino? dalla discoteca?». A loro ha sempre detto così, che va a ballare. Anche delle canne non immaginano. Non risponde. Chissà a cosa pensa. Ha quel suo sorrisino falso sulle labbra; un’attrice. Sempre così assorta. A pensarci bene è molto che non la sento fiatare. Fosse diventata muta? Ma no, che dico? Ho sentito gli amici che ci parlavano al telefono; lei era in casa, Mauro e Claudio erano con me. Anche a mio padre l’altra sera ha chiamato, ché la doveva accompagnare a portare la macchina da Roberto, quel suo vecchio amico di scuola che ha l’officina. No no, ma quale muta. Con questo suo atteggiamento è a zio Guglielmo che sta facendo scoppiare. Senti lui come alza la voce; diventa rosso; ora gli prende un infarto. Pure mia madre ci si mette. Dà manforte al fratello. Va be’ che Marika è proprio una stronza, ma arrivare a dire che zio Guglielmo non meritava una figlia così, di fronte a lei, davanti a tutti, solo a mamma poteva saltare in mente. Ha diciannove anni mia cugina. Io uno di meno. Solo che di me dicono che sono un bravo ragazzo. Di lei si dice ben altro. Io mi faccio gli affari miei, io studio. Lei ha abbandonato. Ecco ecco zia Pia: parte all’assalto del marito, per difendere Marika lo offende, gli dice di tutto, dà occhiatacce alla cognata, cioè a mia madre. Gettandogli via il giornale gli urla che non è stato un buon padre, che non l’ha mandata all’accademia di moda, con quella sua amica a Milano. «Amica? Ma quale amica?» Risponde incazzato zio Guglielmo, «L’ha conosciuta su facebook, conviveva con un ragazzo, quella, ora sta con un altro. Io di tua figlia non mi fido». Urlano. Urlano tutti. Mia cugina si alza. Ci si agghinda del proprio silenzio. Pare se ne stia andando in camera sua. Solo io, stando di qua del loro teatrino, ci faccio caso. È solo un impercettibile cenno con l’occhio. Credo a mio padre, perché lui subito dice: «Marika, cavolo, c’è da andare a riprendere la macchina, ci stavamo dimenticando. Sbrighiamoci che sennò il meccanico chiude».

Sergio Moretti

Mag 28, 2015 - Senza categoria    No Comments

Non abbassarti mai per nessuno. Un inchino se vuoi fallo alla vita.

Non ti abbassare mai per nessuno. Un ionchino se vuoi fallo alla vita.

Stamattina stavo pensando al da farsi, ma poi è sbocciato ciò che avevo seminato qualche giorno fa, uno “stupido” messaggio solo da una persona per fortuna compreso. So’ soddisfazioni, piccole vero, ma so’ soddisfazioni. Sotto ripropongo ciò da loro scritto per i loro fans :

(Questo post vi è piaciuto tanto… Siamo risaliti alla fonte e ve lo riproponiamo citando l’autore… Tnks Sergio Moretti)

Mag 19, 2015 - Senza categoria    No Comments

Scarpe rosse nella metro.

L’intruglio si gonfia talmente rapido che per non farlo fuoriuscire, le labbra, le devo infilare, nel bicchiere. Avevo usato apposta il boccale da birra. Lo immaginavo, si sa, il bicarbonato… Rido. Che scemo, intento la schiuma mi frizza negli occhi, mi lava il viso, va sul pc, nei tasti. Il cucchiaino mi si infila nelle narici. Le parolacce non si contano, m’invento un repertorio da far schifo. Furbo eh? Posso sempre brevettarla come bagno oculare ‘sta roba. Che fastidio; mi è entrata in gola dal naso. Possibile che da ieri non ne azzecco una? Forse era troppo il limone; il citrato l’ho metto sempre, l’acqua frizzante non credo influisca. Quella tonica era solo un piccolo avanzo. È tardi, devo andare; con la scusa che la metro mi passa sotto casa sono sempre il primo, tra gli ultimi. Me la prendo con i colleghi leccaculo. Che fanno carriera. Beh, è pure vero, anche il marito di Mara lo è, me lo ha detto lei. Ma quanto ho bevuto stanotte? Due pastiglie di analgesico effervescente ce l’ho messe qua dentro; spero non si siano sprecate. Scendo va’. Anzi no. Meglio che aspetto. Non mi piace ruttare in mezzo alla gente. Il prosecco con la vodka è da stamattina che bussano; melone e alici marinate stanno risalendo in ascensore. Vado in bagno. Colpa di Luigi. Per un paio di scarpe; che poi mica ho capito bene cosa è successo. Me ne sono andato, certo, la pelle è pelle. Eccole qui. Che tacchi! belle? Mah, stravaganti direi. Che mi è saltato in mente di portarle via? Mara mi ci ha svegliato, ci tiene a ridargliele. Forzo la borsa ché non si chiude bene. Lei e il marito erano già brilli. L’avete presente la coppia perfetta? Quelle che il giorno dopo il matrimonio scoprono che non c’è una sola cosa al mondo che vada bene per tutti e due? Quando lei è uscita in giardino io ero quasi nascosto, a finirmi la seconda bottiglia ascoltando i loro reciproci insulti. Non posso restare sulla tazza in eterno. Il pavimento del bagno vibra, un’altra metro che passa. Mal di pancia. Mi alzo lo stesso. Quattro salti e sono fuori. Una comodità la fermata di fronte. Scendo. Infilo il biglietto. La scala mobile mi innervosisce. Un passeggino da gemelli mi intima di star calmo. Odori stantii mi riportano ai piedi di Mara. Che raffronto eh? Ma anche quella parte di pelle ha il suo gusto, specie se pensi alla pietanza sperata. Più pazza del marito: «Dai facciamogli uno scherzo», ha un brutto carattere, è vendicativa, «balla sempre scalzo, prendigli le scarpe. Sono il regalo della sua amichetta, gliel’ha portate da Rio». «Amichetta o amichetto?», faccio io, con l’indice che involontariamente mi va sul lobo. «Dopo ti dico, ora però sbrigati», mi ordina incitandomi con la mano. Il ballo è sensuale, trasgressivo. Luigi e la brasiliana sono al limite della decenza. Osservo un attimo. Anche le poche donne sono prese. Facile il mio compito. Nessuno mi vede. Torno. Lei la ritrovo in costume, in piedi nella piscina dei bambini. «Vieni», mi fa. I suoni della festa lontani, ovattati, creano intimità. Mi eccito. Non mi muovo. «Non ti spogli?», mi chiede sorpresa. «Non ho il costume», rispondo, quasi a scusarmi; lei ride, si siede sul ciglio, toglie dall’acqua il piede destro, si arqua, me lo alza fino al petto. «Non mi asciughi?», cinguetta sforbiciandosi al massimo. Un uomo, si sa, perde la testa. Io no. Le bacio le dita dei piedi, così come un gentiluomo fa il baciamano. Sulla pianta è troppo sensibile. Sul polpaccio le mie labbra si fermano’. Cerca di aiutarmi quando per liberare una gamba dai jeans mi tolgo una scarpa. Scendo sulla coscia. Freme. Se gli spari non mi avessero distolto sarebbe stata una notte diversa. Ne sono convinto. Invece la fuga, mezzo nudo tra i campi. Riordino le idee, ma il convoglio arriva, sposta l’aria e mi dissipa i dubbi. Fortuna vuole che mi si apre davanti. Spinte. Strattoni. Chi esce. Chi entra. Sedersi è fantascienza. Un ragazzo mi fissa. Sguardo che non mi piace. Non sono paranoico, ma cambio carrozza. Noto che si rialza; eppure si era appena seduto. Legge il cartello delle fermate. Si sforza di non dare nell’occhio. Mi sta fissando la borsa? È chiusa male, i tacchi fanno capolino. Non ha mai visto scarpe rosse? Troppo eccentriche? La mia curiosità ha la meglio: ha meches scure sui capelli biondi, lentiggini, naso da pugile. Mi fissa con intenzione. M”avrà preso per gay? Mi ci manca. Ripenso a stanotte. Le grida, i cani, l’impressione di essere seguito. È ora di scendere. È alle mie spalle. Non mi piace. La porta si apre. Due finanzieri vogliono entrare, uno è una donna. Mi faccio dietro. Il biondo ci prova, mi tocca la borsa. I due avanti mi chiudono. Mi tuffo tra le gambe dell’uomo, che bestemmia; mi si siede sul collo. «Lasciatemi!che cazzo volete?». La gente si volta. Mi trascinano. Le manette mi si sposano ai polsi con una naturalità che non avrei sospettato. Il ragazzo mostra un tesserino. Anche ai curiosi. Ci spostiamo. Fuori dalla ressa c’è un cane legato a un palo che mi annusa i calzoni, mi morde la cinghia della borsa e si mette a leccare il sotto dei tacchi e la vernice delle scarpe. La donna, mentre gli carezza la testa, gliele sfila da sotto il muso. Le dà al biondo. Questo fa risuonare i tacchi tra di loro, quindi con fare professionale passa l’indice sul bordo di una suola, come a misurarne l’altezza.      

 

  Sergio Moretti 

 

Dic 22, 2014 - Senza categoria    No Comments

Acqua o oro? Come difendersi da queste vere e proprie istigazioni alla violenza? Non certo con il suicidio…

 

Acqua o oro? Che si siano messi d’accordo con la previdenza sociale? Così la gente si uccide e non debbono pagare nulla? Né cassa integrazione, né mobilità, né pensioni? Cosa accade? Come è possibile se negli ultimi anni uno ha regolarmente, rateizzando nei casi più esosi, pagato e avuto riscontro che era tutto in regola. Errori? Contatori fuori controllo? Ma se era tutto in regola come è possibile mandare altri conti di anni passati, quando neppure operava questa società idrica che oggi c’è? Acea ato 2. Cosa hanno venduto loro i comuni? Da pazzi scriteriati mandare ben oltre i 7.000 euro, a casa di operai, ex oramai, disoccupati. Non ho dato da bere a cavalli, non ho coltivazioni. Basta lamentele. Sto solo appuntando. Non ho voglia di far lamentele. Vorrei solo dire che non si può torturare la gente. I giorni prima di Natale poi. Non basta perdere il lavoro? Venire licenziati? …anche se in base ad un accordo. Che ancora non so se accetterò o meno. Vedere discorso esodati. Oggi pomeriggio mi hanno fatto davvero star male. Ed ho pensato a quanta gente sta come me, peggio di me; c’è chi si ammala sul serio; chi muore; chi si suicida, certo. Non so come farò né ciò che accadrà. Quando vado a far reclami di solito è peggio. Di fronte alle prepotenze mi altero. Posso ribadire che questa società sta sfuggendo all’uomo? Qui si sta distruggendo ogni residuo di umanità. La cosa brutta è che ce ne se accorge quando ti tocca. Come l’incidente stradale o la malattia grave che portano alla morte, quando capita a chi ti è vicino. No non a te, beh, perché in quel caso tu non ci sei. Quindi ti vien da pensare a chi si ne è andato. Chi con molti soldi. Chi senza neppure quelli per il funerale; e ragioni su quanto sia prezioso vivere una vita serena, se ci riesci. Se ci riesci, a riprendere a pensare, magari scrivi qualcosa, stai un poco meglio, un poco, solo un poco. Sino a quando?

Dic 18, 2014 - Senza categoria    No Comments

Tremenda Missiva

Attendo da ieri la lettera di licenziamento.

Occorre sistemare le questioni burocratiche e ogni pratica prima della fine dell’anno. Pena restare incappato nella nuova legge, denominata “Fornero”. Giornata estenuante: dopo 35 anni di lavoro tutto questo fa stare non bene. E di come sono stati questi anni, quanta umanità e quante vicende in quei luoghi di fronte mi sono passati, i morti, i sopravvissuti, sarebbe da scriverci un romanzo. Non è detto che non si farà, che non mi ci cimenterò. Sono interiormente stravolto. Eppure nessuno riuscirà a togliermi il sorriso. Nessuno nessuno. Farò altro nel frattempo. Scriverò, leggerò; avrò tempo, purtroppo, per le mie passioni.

Torno al dunque: dalla mattina del 17/12/2014, che sarebbe ieri al momento che scrivo questa, è iniziata l’epopea di due raccomandate a me intestate. Quelle tipo multe arrivano subito, infatti la maledetta me l’han data oggi alle cinque. Invece quella speditami con sistema speciale, “Raccomandata (1)” sta scritto, che prevede più d’una prova di consegna o la scelta di poterla avere in ufficio postale, non si trovava più. Già da ieri con mio sollecito e richiesta telefonica, come da loro previsto, avevo optato per la seconda scelta. Eppure nulla. Scomparsa! Su imbeccata del solerte impiegato allo sportello, che mi ha fornito non gentilmente l’indirizzo dei “colleghi sì ma di un’altra parrocchia”, parole sue, sono partito con la macchina, andato a questo benedetto centro smistamento dove regnano i postini.

Ho spiegato loro ogni cosa. Erano quasi le 18. Non mi si filava nessuno. Di fronte ai loro dinieghi e impossibilità varie esclamo: “Vabbè’ ”, due che sono nell’entrata principale mi stanno ascoltando: “io non è che debbo denunciare alcuno”, spiego a questi, “ma siccome la mancata ricezione in tempo di questa Tremenda Missiva mi complicherà quasi certamente un bel po’ del futuro della mia vita, meglio che vado a far mettere a verbale questa vicenda, sempre che non sia tardi anche per i carabinieri”. “Scusa un attimo”, fanno a me, quindi entrano in un ampio spazio che intravvedo al di là di una vetrata. Chiacchiericcio. Et voilà; puff! “Attenda che gliela stanno preparando”…  

Dic 11, 2014 - Senza categoria    No Comments

La solitudine, ovvero, meglio la solitudine che niente.

 

Ciao, dove vai? Aspetta, ma quanta fretta! Non scappare, che devo, ecco: Di Dio. Tu sei Di Dio. No. Non sono matto. E non mi interessa la tua blusa. È che da lontano non riuscivo a leggere chi sei. Sei di turno tu stamattina? Non mi abituerò mai a questo calore. Insopportabile; ma, scusa, ti debbo qualcosa? Sì, dico a te, sto parlando con te, mica col muro. Come perché? Ti debbo qualcosa sta nel senso se ti ho fatto qualcosa, qualche sgarbo…mi sono accorto sai? già da prima: io mi avvicino per leggere, e tu ti allontani. E adesso lo hai fatto di nuovo. Non eludere le mie domande, si sa che non esistono muri. Non parlo col muro è un modo di dire. Non conosci i modi di dire? Vuoi che ti lascio andare? Senti, Di Dio, anche a me piace star solo. Sto sempre da solo. Un cordiale insieme e due chiacchiere, ogni tanto, che cavolo, non si negano neanche al Diavolo. A proposito, non so come ti chiami. Il nome, certo, il nome. I cognomi eccoli, li portiamo addosso. Non mi far ripetere le solite cose. Sono stufo di banalità, frasi fatte. A me piace parlare di cose nuove, di facce nuove, di ciò che può apparirci oscuro, di ciò che ci incuriosisce. Ad esempio, perché il nostro nome di battesimo non è menzionato, insieme al cognome? Scompare, quando si torna qui. Calma, amico. Sei nervoso? Sei saltato. Come mai? A te non interessa nulla eh? Va be, io rispetto il parere degli altri; è che a me dispiace che tu dica che i miei ragionamenti sono triti e ritriti. Cose vecchie. Cose dell’altro mondo. Comunque, mi chiamo Sante, Purgatori Sante. Ridi? Se mi prendevano in giro, dici? Sì, va be’, da piccino, qualche volta. Adesso siamo adulti. Chi ci fa più caso. Ora siamo al di sopra, di queste cose. Stai sempre solo perché ti vergogni del tuo nome? Cambialo, per tanto poco. La solitudine uccide anche le ombre. Hai detto ti chiami? Caronte? Dai, non ci credo che ti chiami Caronte. Sarà un secondo nome. È un soprannome? No, eh? È proprio il tuo nome, eh? Era ubriaco papà tuo all’anagrafe? Col cognome che ti ritrovi ti mette Caronte? Ma davvero è un nome Caronte? Un nome vero, intendo; aspe’…Che sto a fa’? Come che sto a fa’, una ricerca al volo faccio, ci metto un attimo, un secondo. Che faccia! Sembri mio padre. Sto sempre con queste diavolerie in mano? Tu come fai saperlo? Mmh, che mi spii? Fatto, trovato: Climaco, Clinio, Clodomiro, che minchia di nomi, no, vedi? non c’è. Ci dev’essere per forza dici? Ah ecco che cretino che sono, ce ne sono altri qui: Calogero, Camillo, Candido, Candidio, salto, come salto? Ho saltato? Ah, nel senso che devo saltare, hai ragione, scusa, ma se alla nascita ci avessero affibbiato un numero non era meglio? a che servono i nomi? Cazzo di nomi che esistono: Canziano? Va be’ questo è normale: Carlo, Carmelo, anche questo è comune, dalle mie parti, Carmine pure, Caronte, cazzo aahah, allora esisti davvero. Caronte. Su quest’altra colonna stavi. Ecco a voi Caronte Di Dio e Sante Purgatori, la coppia dell’anno. La coppia divina, ahahaha. Cazzo. Scusa. T’ho schizzato? Non l’ho fatto apposta. Deriderti? Ioo? Tu non ridi mai? Hai la coda di paglia? No, tu non prendi mai fuoco. Inutile che ti incazzi. T’ho sbruffato la divisa? E che sarà mai? Per uno schizzo stai facendo un casino del Diavolo. Portala in lavanderia, pago io. Ahahha anche il camicione, non me ne ero accorto. Ti sei fatto nero come un tizzo. Dovrei essere io incazzato. Mi dai un altro cordiale, Gigi, per favore? Sì sì, io, incazzato con me stesso, perché non mi faccio mai i fatti miei. No, non ce l’ho con te, no. Solo che, dico, a te non capita mai di ridere? No Gigi non dico a te, dico al nostro amico qui, a Caronte Di Dio. Che ti ridi, Gigi, Caronte è un amico, mica ci porta sull’altra sponda, ahahah ma no, non è ricchione. Gay, gay, lo so che si dice gay, chiedo scusa a tutta la categoria, sono uno rispettoso io. Gigi, certo che sei proprio ignorante. Caronte è il traghettatore. Sì, a Messina, minchia dici? All’inferno ti porta, il vero Caronte, se esiste, no a Messina. Non lo conoscevi prima? Come non l’hai mai visto? Mo lo conosci, è lui, quest’uomo è Caronte. Si chiama Caronte Di Dio. Ti trovo un nuovo cliente e tu me lo tratti così? Vedi? Se ne va. Sta prendendo il largo. Me lo hai fatto scappare, e io adesso? Di nuovo solo. Ha arraffato le bustine di zucchero e non ha preso nulla da bere? E che ci posso fare. Hai ragione caro Gigi, della gente non ci si può fidare. Fai bene a restare nell’ombra. Meglio la solitudine, che restare delusi. Ti promettono. Tu ti fidi. Nasci. Ambisci ad una vita felice. Ma non ci son santi. Nessuna garanzia. Guarda il fatidico sì. L’amore. Uniti finché morte non vi separi. Insieme a te sarà il Paradiso. Invece, alla prima occasione, ti cadono in basso. Trascinati nel gorgo. Fregati da giuramenti insulsi. Maledetti. Solo promesse. Che non hai visto Caronte? Marinai da quattro soldi.

Allora Gigi questo cordiale? Quello di prima sapeva di niente.

 

 

 

 Sergio  Moretti

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