Ott 13, 2013 - Senza categoria    No Comments

Mica dormo, io. Post quarto.

 

Mica dormo, io. Quarta parte

 

 

«Siete voi ora la coppia, giusto?», devo scuotere la testa per uscire dal mio vagheggiare. «Non capisci eh?». Non risponde. Mi decido, esco anch’io; non voglio fare la figura della scortese. Il suo ombrello è così piccolo che per non bagnarmi devo stringermi a lei. Sotto al balcone lo richiude. Lo strizza, gira l’angolo del muro. La seguo. lo ripone in un mobile da giardino. Da dove eravamo non era visibile. Mi faccio l’idea che conosce bene il posto. Lei qui già c’è stata, è chiaro. La conferma mi arriva quando apre la porta e m’invita ad entrare. Da vera padrona di casa. Con la testa dico di no. Però sbircio l’ambiente: si sviluppa ad elle rovesciata, la parte lontana a destra infatti mi è invisibile. Gina scompare laggiù, nei riflessi di luce che arrossano il buio. Potevo entrare, sono stata stupida ad aspettare fuori, a prendere freddo. Ho l’acqua nelle ossa. Mi avvicino allo stipite e mi ritrovo ad origliare. Parlano, ma non si capisce. Il brusio è lontano, è indecifrabile. Tentenno un po’, infine entro; come si fa a non accorgersi del silenzio improvvisamente calato? Parlavano di me? Ma certo, che cretina che sono. I miei occhi esplorano: Albero natalizio; tavolo rotondo; tovaglia verde, di quelle che ci si gioca a carte; e poi calici, una bottiglia di brut di quelli buoni. Ciocchi al camino che pare capodanno. Mio marito se ne sta accucciato intento al fuoco. Lei gli è dietro, alquanto scosciata, nella stessa posizione di lui. Si volta, mi guarda, si ricompone. Gli dice qualcosa mentre si alza. L’altro non c’è. «Carino qui», esclamo. Chissà quanto gli metterà d’affitto. «Finalmente, Giovanna», esclama Gina nella parte dell’amica soddisfatta di vedermi. «Si sta facendo la barba», sussurra mimando il rasoio sul viso e indicandomi il bagno. «Ma chi?», dico io, che come al solito ci metto qualche secondo buono ad afferrare le cose, che parla di quello, di Silvano, e alzo le spalle. «Non ce ne andiamo?», quasi urlo, per farmi sentire da Marcello. Non m’importa di apparire petulante, «Non dovevamo parlare da soli Marce’, che ci facciamo qui?», non riesco a frenare la lingua: «In tre eravamo già troppi, senti, io me ne vado, ciao…». Marcello si alza, con l’espressione cattiva, strafottente: «Vedi? L’ho trovato l’alloggio», fa il duro «e mi sta pure vicino al lavoro». Lei non si impiccia, armeggia con l’attizzatoio, per non far spegnere la fiamma. «Non è il caso di fare sceneggiate», gli dico, ma lui mi s’avvicina. Troppo. Lo schivo. M’abbasso al fianco di Gina. Il poncio di lana che ha sulle spalle è forato, trasparente, le si vedono gran parte dei seni. Soffio sul fuoco; prima non l’avevo notato. Non lo portava. Si è cambiata qui? Qualcosa non mi quadra, vorrei ragionare, ma Marcello m’è dietro, m’abbraccia; una sua vecchia tattica. Mi divincolo. Lo mando a quel paese. «Lasciala stare!», grida Gina alzandosi di scatto: «La smetti?». Il rimprovero è serio, «Vuoi che me ne vado?». Mi faccio l’idea che non sono al primo litigio. Lo prende per un braccio, lo porta sul divano, lo fa sedere. Dall’alto gli alza il mento e lo bacia sulle labbra. Lui torna mansueto. Io vorrei spaccare tutto. L’ha solo calmato; sì, certo, lo so… Mi sento umiliata. Si dicono qualcosa. Lo lascia. Torna da me; una pacca sulla spalla, m’indica il camino, mentre m’abbasso mi stropiccia i capelli, poi mi si accuccia vicina. Coscia a coscia m’insegna ad attizzare. Sono impacciata. Con lei. Con il fuoco. Sento la voce di Silvano. Sta parlando al telefono: «Non m’aspettate stasera, ho da fare con Marcello… sì, sì, il lavoro, certo». È appena uscito dal bagno, i suoi occhi incontrano i miei. Prima di parlare si accerta di aver chiuso la comunicazione: «Te l’ha detto?», ha un tic, o forse mi strizza l’occhio, tanto da arrivargli al naso, con quest’ultimo mi ci indica la bionda. «tra donne, capirai, t’avrà spifferato tutto di me…». Per un attimo m’è parso strabico. Ora il viso gli si rilassa; comunque, sinceramente, non capisco di cosa parla. Mi rendo conto di osservarlo. Un po’ troppo, forse. Si è cambiato. Anche lui. Senza barba sembra un altro. «È stato il mio uomo», sospira Gina, che tra una smorfia e l’altra sbuffa: «Sette anni di convivenza». Non faccio in tempo a metabolizzare che sento un botto. Un tappo vola. Mentre io ho un lieve soprassalto, questo prende lo spigolo di un enorme trave di legno, ridiscende sulla mia spalla e scompare sotto il divano. «Non venite?», ma quanto è tranquillo adesso mio marito: «Uno spuntino ci vuole, vieni Giovanna, ci sono i frutti di mare che piacciono a te». Non vorrei. È il secondo oggi, di brindisi. Silvano siede. Io resto in piedi. Marcello, col suo piattino pieno, se ne torna sul divano. Posa il calice in terra, lei con fare languido si sposta, sono fianco a fianco. Non ce la faccio. Volto lo sguardo sulle ostriche, ne vado pazza; ci sono anche fasolari, tartufi. Mi guardano. Sono forse troppo vorace? Sorseggio. Questo prosecco è speciale. Per fortuna i piccioncini ora mangiano, non tubano più, fanno poche smancerie. Almeno questo. Forse, di fronte a Silvano, Gina sente di doversi trattenere. Dovrei esserci io vicino a Marcello. É mio marito. Non mi capisco: come faccio ad accettare che fa così. Ora me ne vado. Quest’altro è gentile, mi sposta la sedia, l’invito a sedermi vicino a lui è implicito. Ho le mani occupate, vorrei fargli segno di attendere; sono lenta con i denti a staccare il frutto dal guscio. Il mio muovere la testa viene preso da lui come un no. Ci riesco, con le labbra lo risucchio. Alzo gli occhi, mi ritrovo nei suoi. Non riesco a trattenermi. Sbotto a ridere. Sono nel panico. L’ho annaffiato, «Oddio, scusa», sul suo viso m’accorgo che non è solo spumante. Ridono tutti. Mi faccio coraggio e gli porgo un tovagliolo, adesso non rido più. Sono mortificata, ma Silvano non si scompone, si alza e con quello pulisce intorno alle mie labbra. Asciuga via i residui dell’ostrica.

 

 

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Ott 4, 2013 - Senza categoria    1 Comment

Mica dormo, io. Post terzo.

Mica dormo, io. Terza parte. 

«Non voglio che si bagni…», sta intanto dicendo Marcello. Lo sportello si richiude. Il vetro torna su. «chi lavora sennò? io da solo? Silvano non abita lontano, dobbiamo solo passare prima alla sua… da una parte. È di strada, non fare quella faccia, Giovanna », Marcello è uno che attacca, «e poi se vuoi puoi anche parlarmi adesso, io e lui siamo amici speciali. Ci diciamo tutto. Non alzare gli occhi al cielo, dimmi quello devi e falla finita prima di cominciare eh! Mica siamo donne noi» ridendo «non ci piace spettegolare». Io e Gina non possiamo fare a meno di sorridere insieme. Facciamo smorfie complici al loro indirizzo. Ed è così che io e lei iniziamo ad osservarci. Dentro di me concludo che non dovrà essermi per forza nemica. Rivale sì, però, per forza di cose. Non mi stacca gli occhi dal dito. Mi sfilo l’anello. Lo prende, lo rimira. Approfitto che non vede, mi porto la mano al naso: ancora si sente il suo odore, di uomo. Odore di stronzo. É inconfondibile. Devo parlargli chiaro a Marcello. Da soli. Anche di divorzio. Certo, perché no? Se serve sarò io a fare il primo passo. Al tocco ho un sussulto. È Gina. Vuole togliermi il fango dalle calze. Lo smalto delle unghie di lei risalta sulla rete dei ricami fantasia. «Ti sei sporcata, non t’eri accorta?». Non le rispondo. Alzo le spalle. Non mi importa. Dovrebbe capirlo. Le luci sono lontane. Con la mano insiste. Pulisce. Le dita fredde di lei mi procurano brividi sugli spazi di pelle nuda; lascio fare… per vedere meglio fuori mi alzo col busto muovendo la testa a destra e a sinistra: «Marce’ dove vai?», m’agito, in un modo che lui ben conosce. «A vedere una cosa». Non è cambiato per niente. Il tono scocciato di sempre: «Già te l’ho detto: c’è Silvano, approfitto. Mi devo accertare se son venuti bene dei lavori», fa una smorfia a lui come a chiedergli qualcosa, e gli dà anche una botta sul braccio. L’altro risponde in un modo strano, parrebbe stizzito: «Il seminterrato lo abbiamo restaurato», ma a me pare che reciti. Mi mangia con gli occhi mentre continua: «è asciutto, non c’è più umidità. Tu non mi credi mai. Già lo usiamo; a Natale ci giochiamo a carte, ci facciamo qualche festa». Forse ho capito, provo a indovinare: Marcello cerca casa? Io sapevo che viveva da noi al mare, ci dormiva, diciamo. A lui non serve più? Bene. Ci andrò in vacanza io. Dobbiamo parlare. Anche di questo. Chiaramente però, non come fa lui. La macchina ha uno scarto a destra. Trotterella su un viale sterrato mentre Gina, che a causa della sterzata secca m’è venuta addosso, si toglie reggendosi con una mano sulla mia coscia, mah… Già siamo fermi. Silvano si tira il colletto della giacca fin sopra i capelli, ispidi. Scende. Va di corsa ad aprire. Il cancello è di quelli “fatti in casa”, di legno. Entriamo. «Richiude?». M’informo perché mi sto accorgendo del fatto dal lunotto posteriore. «Non andiamo via subito?», insisto stringendo le labbra. Gina mi rende l’anello, Marcello sospira e esclama: «i cani escono». Difficile far capire a uno del genere che lo vorrei ancora. Siamo su una rampa. Controlla il freno. Lo toglie e torna a bloccarlo di nuovo, con attenzione, quindi spegne il motore. Lo scroscio sul tetto della macchina si amplifica. L’acqua mi fa pensare, le cascate, il mare. Voglio parlargli. Da soli. Ci faremo un viaggio. Una crociera. Qualcosa di speciale. Che non abbiamo mai fatto… «Non scendi?», Gina è già fuori e mi porta via i sogni. Ci ripenso: non sono sogni, questi miei, ma riflessioni. «A fare cosa?», esclamo in ritardo, anche la sorpresa che fingo non è spontanea. Mi incita a gesti. «Vai vai, vai tu», le dico, cercando di essere dolce, comprensiva: «è giusto così, che vengo a fare? Io capisco tutto sai?». Non sono arrabbiata. Solo delusa. Me lo riprendo a Marcello. Solo io sono in grado di dargli ciò che vuole. Anche lei; che se la faccia quando gli pare. E anche altre, perché no? Basta che torni a casa, con me, da me. Lei non ne sarebbe capace, di amarlo così, ne sono certa.

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Set 28, 2013 - Senza categoria    No Comments

Mica dormo, io. Post secondo

Mica dormo, io. Seconda parte 

Agitando poi le mani, con minuzia di particolari, tra baci e sussurri indecenti, per dirmi come avrei dovuto prepararle io, con la lingua, spingermi oltre, come fa lui. Pronte per lui, diceva, spiegando che la complicità in amore è il peperoncino nel sugo. Finché si sfoga con la fantasia, pensavo, lasciamolo fare. Gli faceva bene… Le prime volte però, una vergogna. Nomi inventati, anche di uomini, presi in giro, presi a caso. Qualche volta ricominciava da capo e per eccitarsi simulava fino a farmi schifo cosa avrebbe permesso a quelli di farmi. Si trasforma Marcello, quando fa l’amore. Il suo approccio è tenero, è dolce. Poi il più porco dei porci. Solo a parole, per fortuna. Non capisco che se l’è portata a fare ‘sta Gina. A lei pure l’aperitivo… Ma perché c’è venuta? Non sapeva che avrebbe trovato anche me? Troia. Non mi va giù di averla dovuta pure servire. È una esibizionista: ha alzato il calice come un’attrice, guardandoci, lei quasi in mezzo, a me e a lui, di sottecchi. Non ci sono cascata, e no belli miei. Non bevo mentre lavoro. Così non ho brindato. Certo un goccetto sì, un dito appena, perché insistevano. Ed eccomi qui ad aspettarli, per chiarire, una volta per tutte. Questo è un posto tranquillo. C’è una chiesetta con i cipressi ai cancelli, pare un cimitero. Non si vede il tramonto. Non mi importa. Non sono romantica. Buono per le coppiette. Chissà se hanno fatto l’amore. Come lo avranno fatto? Immagino Marcello, a sbavarle addosso. Di sicuro la prima volta in macchina. Lui non ama gli alberghi. Questa ce la vedo; una così i vestiti se li toglie dappertutto. Anche oggi era mezza nuda. Mi sto bagnando cavolo. Piove. Sarebbe stato meglio vederci in casa. Ma il vigliacco vuole che anche lei sia presente, per rispetto credo non l’avrebbe portata. Io ho accettato, ma cosa ho da spartirci io con lei? Per risposta gli darò l’ultimatum. Non lo voglio più vedere. Tutto si deve portare via. Eccoli. Gesticolo. Fate attenzione, la pozzanghera. Va be’. T’accosti? Vai piano, che cavolo. Ai loro indecifrabili cenni faccio per salire. «Aspetta», cigola Gina mentre scende al volo. Monta dietro. Vicina a me. Che tipa. Penso e ripenso. Un vero motivo non lo trovo: «Fa l’autista Marcello?», chiedo seria. Lei la vedo tranquilla. A proprio agio. Prende un pacchetto di gomme dalla borsa, ne offre. Non ne voglio. Mio marito invece grugnisce: «C’è la curva. Dammela tu», con il suo solito tono, brusco, imperativo. E Gina che se la stava per mettere in bocca, appena finita di scartare, si contorce verso di lui, portandogli la mano davanti la bocca senza farlo distrarre dalla guida. Marcello usa la lingua. Con quella ghermisce tra le dita di lei, che si volta, a guardarmi. Mentre si ritira al proprio posto vede il mio anello, sorride come se lo conoscesse, lo sfiora. Sulla mia pelle le sue dita si attardano. Umide, è la saliva di Marcello, realizzo, m’imbarazzo. Ci fermiamo. Un semaforo in disuso. Mio marito fa scendere il finestrino di destra. Parla con qualcuno, troppo scuro fuori, non si vede chi. Con voce roca, colpi di tosse, arriva il saluto di questo personaggio surreale, dai denti color fumo, dalla barba non fatta, bagnata dalla pioggia. Risponde prima Gina, io stono; voce flebile la mia. Lei, con quest’uomo, m’appare stranamente calda. Mio marito gli dice di sbrigarsi, di salire. «Conosci Silvano?», chiede a me. No. Non lo conosco. «Un collega. Dovresti conoscerlo», insiste al mio mutismo. Mi gelo quando Gina e Silvano scavalcano tre quarti di schienale per abbracciarsi. Bacio tipico di due che si rivedono dopo tanto tempo. O due che fanno la pace. Da fratelli, sì, ma tra una guancia e l’altra io noto labbra che si sfiorano. Ora m’è vicino, anche troppo. Faccio uno sforzo di memoria. Lui mi osserva, a lungo; i suoi occhi mi sondano a impulsi. Sarà uno dei nuovi operai? Il viso non mi dice nulla. Che ha del viscido non vorrei dirlo. «Piacere, Giovanna», dico infine. Gli do la destra. D’istinto col viso mi sposto dietro.

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Set 22, 2013 - Senza categoria    1 Comment

Mica dormo, io. Post primo

Questo racconto è nato per un concorso di letteratura erotica. Non avendo ancora avuto riscontro alcuno lo pubblico qui nel mio blog, attendendo vostri graditi commenti. 




Mica dormo, io. Prima parte

 

 

 Che strano effetto m’hanno fatto, stavolta, le gocce. E sono calmanti, figurati se non lo erano; mi sento agitata, ecco, vedi? Parlo pure da sola. Oggi al bar, appena ho capito che non era da solo, stavo per esplodere. Per fortuna ho la boccetta sempre appresso. Le ho prese prima, e altre venti anche dopo, quando sono andati via, ché a vederli fare i piccioncini m’ha fatto una rabbia. Doppia dose. Che dovevo fare? Ucciderlo? Marcello è pur sempre mio marito, cazzo! Certo che venire da me, all’ora di pranzo, con quella, nel momento che c’è più da fare… C’è troppo fango per strada. Le calze mi si fanno caffellatte quando piove; non avrei dovuto vestirmi di bianco. Senti che capelli, faccio schifo, mi sembro una pezzente, una barbona; ma che mi sta succedendo? Provo a indovinare. Devo dedicare più tempo a me stessa. Questo pomeriggio tutto di fretta, per chi poi? Mica temo confronti io con quella là. Lui invece stasera mi sente. Dovevo lasciarlo, quella volta, quando tra il comodino e il letto ho trovato l’agendina mezza aperta. Il numero di telefono m’è saltato agli occhi, col nome scarabocchiato. Mica dormo, io. Ho chiamato. M’ha risposto quella puttana: «guardi che ha sbagliato numero», voce stridula, nevrotica. Non me l’ha voluto ripetere il suo. Mi gioco la testa che era giusto. Alla terza volta ha detto: “chiamo mio marito”. Un poliziotto. Bel trofeo. Marcello invece ha fatto l’attore. Non mi son fatta toccare per un mese. Per risposta tre anni di corna m’ha rifilato. Eh, ma io l’ho cacciato! Così è stato lui a dovermi pregare. Che voleva tornare, parlare, chiarire. L’ho fatto penare un bel po’. Avrà sofferto? Quando ci siamo rivisti ho pianto. Lui, con i suoi modi, i suoi abbracci, vibranti, che fanno sciogliere, anzi proprio liquefare. Come potevo non riandarci subito a letto? Il suo odore dappertutto. Il sapore in bocca, per ore. Se ci ripenso mi torna la voglia. I capezzoli mi bruciano solo al pensiero. Ma ora basta. Non sono Minuetto io. Se ha voluto scoprirsi del tutto vuol dire che è finita davvero. É una nullità Gina, ma cosa ci trova in questa bionda appariscente? Non gli farà mai quello che gli faccio io. Peggio per lui. Ha passato il segno; non riesco a togliermela dalla testa, oggi a mezzogiorno, che zigzagava per i tavoli come una modella ubriaca. Titubava. Forse perché avevo le posate in mano? Paura di me? Mi viene da ridere. Quelli son coltelli che neppure tagliano, e poi, come poteva sapeva se ero o no io? Gli avrà mostrato la mia foto? Ma no, e poi non conosceva il posto, perché solo quando l’ha scorto, là seduto, ha allungato il passo. Al suo cenno gli si è accomodata a fianco. Marcello le stava dicendo qualcosa con le labbra appena aperte, senza indicarmi, senza far gesti. A lei non interessava di farsi notare; parlava a voce alta, tanto che da dov’ero io riuscivo ad afferrare qualche sua parola. Ad un certo punto lei mi fissa, fa un gesto verso di me, senza vergogna. Volevo urlare. Ho dovuto reprimere e avvicinarmi e prendere l’ordine. Una bottiglia e tre bicchieri. Ho sempre creduto che fare il porco per lui fosse un gioco. Come il toccarmi dappertutto parlando delle altre.




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Set 14, 2013 - Senza categoria    1 Comment

Per non sentirmi perso

 

Espressione

Non a caso

Del tuo sorriso

 

Che ti viva

Sul viso

O in un verso

 

Per non sentirmi perso

Non me ne basta un sorso

 

 

 

Sergio Moretti

Set 7, 2013 - Senza categoria    1 Comment

Federica

 

Federica

 

 

Descritta d’amore

Pazza di morte

Bella di vita

Di giorno e di notte

Che tutti poi cerchi

Rammenti che esisti

Nei pensieri più spinti

Nei timidi incubi,

affetti, passioni

Di chi ti ha portata

Al mare o nel letto

 Dentro di sé.  

 

 

 

 

 

 

 

Sergio Moretti

Ago 24, 2013 - Senza categoria    2 Comments

Come la scherma

Come la scherma. Rare le finte.

Attendi l’affondo. L’assurdo secondo.

Primo colpo. L’amore. Toccato sul cuore.

Muore il sorriso. Le ombre sul viso.

Triste il momento dove il bene è deriso.

 





Sergio Moretti 

Lug 10, 2013 - Senza categoria    2 Comments

Dove muoiono le nuvole

 

Sappi amore

Solo io saprò portarti

Dove muoiono le nuvole

 

Vieni, amami

Il più dolce dei sali

Ci aspetta

 

Là dove si placa

Nella tua

La mia tempesta

 

 

 

 

Moretti Sergio

 

 

Mag 16, 2013 - Senza categoria    No Comments

Dall’amore

Dall’amore

Creiamo pensieri

Destini raccolti

A condividere gioie

Nel sole

Nel male

Nutrire altri fiori

Sul futile fiele

Saperci volare

Le angustie

Domare

Fino al momento

Di calma piatta

Sergio Moretti

Mag 4, 2013 - Senza categoria    No Comments

Una serata diversa

Ieri ripensavo alle mie letture, senza escludere “la

Banalità del male” , né quelle sulla civiltà attuale; ci

pensavo nella mia lunga camminata notturna. Qualche

ora da solo, ma non di solitudine, rigustandomi, dopo

essermi fermato, i luoghi della mia crescita, tutto

raccolto in poche decine di metri intorno a me. Ci

ho ripensato, alla banalità del male, perché anche ieri,

in diverse occasioni, ne ho dovuto contrastare l’efficacia,

ne ho dovuto sopportare il subdolo impatto.

Non c’è di peggio, a mio parere, del dover tener testa

alle altrui convinzioni; è là che ti accorgi della differenza

nelle persone.

Anche se esistono, quelle che “perdono tempo” a

chiedersi qualcosa, che amano davvero la vita, che

hanno voglia di vivere e di far vivere, sono purtroppo

sempre più rare.

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