Gen 11, 2013 - Senza categoria    6 Comments

Appunti di scrittura Moretti Sergio Post Terzo

Le disse che nulla le somigliava, che era la sua donna, speciale, unica, anche nell’ingiusta tristezza che era riuscita a procurargli, mentre è solo di amarla e di sentirsi amato, il suo bisogno…

appunti di scrittura  (Sergio Moretti)









Ciaoo, come stai? Che sorpresa… come mai? sei qui per me? 

“Io? Passavo per caso, e sto benissimo, non vedi?”

Ma cosa dici? Perché non hai chiamato? Non rispondevi. Ed ora cos’hai? Perché piangi? stai male?

“Sì. Son stata male… Però sto molto più male, da quando ho provato a guarire da te”.

 

 

 “appunti di scrittura” (Sergio Moretti)  

Dic 27, 2012 - Senza categoria    1 Comment

Pensierino tra Natale e Capodanno

 Zattere, d’oro, ceramica o legno, alla deriva, nel fango, ce ne son fin troppe… Ci districhiamo, tra il prendere e il dare, tra l’abbraccio e la repulsa, tra la festa e la miseria, colmi di felicità incomprensibile per chi scettro detiene… 




(Sergio Moretti)





Dic 23, 2012 - Senza categoria    No Comments

T’agiti

 

 

Sotto il mio respiro
T’agiti

Al mio t’amo i tuoi capelli vibrano

Periscopio i tuoi occhi osservano

Nel mare sussulti dolci

Aspettando l’arrivo delle onde



(Sergio Moretti)  

Dic 12, 2012 - Senza categoria    No Comments

NON FARNE A MENO

 

Nel più intimo

Dei segreti

C’è il nostro specchio

Dell’anima

Non farne a meno

Di questa finestra

Appannata

Di gocce di stelle

E di dolori

Che bacerò via

Nov 27, 2012 - Senza categoria    1 Comment

Laguna Mara (ultima parte)

 

Continua dalla quinta parte

 

 

Distinta e ben vestita, sguardo severo: «Sei Giorgio? Posso entrare?».

Non aspettò conferma se io fossi o non fossi colui che cercava. Era già dentro.

Vidi una bella donna. Capelli neri. Lunghi, scarmigliati ad arte. «Sei Mara?» azzardai. Suonò come un’esclamazione.

Sorrise come si fa ad un bimbo «Non ci stai capendo nulla vero?», parlava senza sforzo in un italiano più che corretto.

Da professoressa. «Non sei Mara» affermai convinto.

«Poveretto», disse controllando tutt’intorno «in cosa t’hanno cacciato queste due matte».

Non ci crederete eppure iniziava a farsi giorno.

«Non capisco» ancora non capivo. Sospettavo.

Scosse la testa. I capelli come onde. Si tolse gli occhiali.

«Lo hai aperto» spostandosi nel balcone. Mi stupì. Detto come un rimprovero. Si girò di nuovo verso di me, occhi nocciola da far pensare. Scoiattolo al buio. Prese una sedia e senza ulteriori inviti si mise a sedere.

«Appena ho saputo sono venuta subito», parlava come se a me fosse già tutto chiaro «Mara ultimamente è andata fuori di testa»

La interruppi: «ma lei, chi è?» Non si aspettava la domanda. Piglio da interrogatorio. Credeva avessi capito «sono Roberta, zia Roberta per i ragazzi; ho pensato te lo avessero detto» mi dava del tu. Mi spingeva a fare altrettanto «quello stupido di Fortunato s’è fatto beccare», allargò le braccia. Tanto che le si aprì la scollatura. Non ci feci caso. Forse sì. Mi sorrise «quando in una casa manca un padre ne accadono di tutti i colori» con convinzione.

«In questo caso è la mamma a mancare…ma tu lo sai, Mara è tua amica, sicuramente sai dov’è andata.»

Il viso di Roberta mutò espressione. Quel tal modo che solo a chi è attrice o a chi si sta davvero sentendo male riesce. «Temo per Nastya» ammise. Con forza.

Ebbi paura anche io per quella bambina. Ma sì che comprendevo, l’esperienza altrimenti a che serve? Solo a farsi fregare?

«Non puoi tenerla tu?», chiesi, il mio sguardo significava: “lo hai fatto sinora quindi”.

«Finché c’era Mara non c’erano problemi, ora è tutto cambiato»

«Dimmi dov’è, ci parlo io co’ ‘sta donna.» iniziai a strascicare, in romanesco.

La bella signora nel frattempo rovistava. Sul ripiano del soggiorno a muro spostava opuscoli, libri e riviste.

Il sorriso una cornice.

«Ma non ti sei accorto che non era più lei a parlare?», non capii subito. Lo capii dopo, ma il mio cuore doveva proteggere qualcuno, oltre me stesso.

«Non capisco cosa vuoi dire, Mara…»

«A lei piaceva giocare, aveva creato un proprio mondo fantastico. Finché non ce la fatta più, è fuggita con uno, forse un ex, o uno nuovo conosciuto in chatt»

Osservavo Roberta. Spigliata e tranquilla, forse attrice. Una commedia orchestrata con lo scopo di salvare il salvabile.

Pensai che con tutte le cazzate che gli ho raccontato io a Mara della mia vita privata il minimo che mi sarei dovuto aspettare era quello.

Mi si stava ritorcendo tutto contro.

«Anche io ho molti amici là» indicava il mio pc. Da quando ero a Chioggia non l’avevo ancora aperto. Non avevo connessione. Finché non mi si fossero schiarite le idee sul mio futuro non avrei speso soldi inutilmente. «La vita reale è una cosa diversa» concluse alzandosi. Chiariva che la cose importanti si hanno dentro di sé.

«Qui è tutto dei ragazzi, la madre ha fatto in modo che a loro non mancasse nulla» fece cenno di non interromperla «almeno quello… Tu sei un uomo, vedi se puoi aiutare Pietro, noi lo chiamiamo tutti così a Fortunato. Puoi restare quanto vuoi qui se non hai di dove andare. Me lo ha lasciato detto lei…».

Ma se mi aveva detto che era andata via molto prima? e non sapeva se sarei venuto o no… Ma a chi avrei dovuto credere? «La libreria la mandi avanti tu?», la mia era solo curiosità, forse «Ho visto che ieri era aperta»

«Aiuto. Do una mano. Non posso farlo sempre, se ti va di restare ci si mette d’accordo, a proposito, avevate già concordato l’affitto?». Tutto il suo discorso falso, programmato. Lo stavo facendo passare poiché mi pareva di essere l’unica persona responsabile. E per cercar di scoprire altro.

«Domani Pietro ha il processo» continuò dalla porta «è incensurato, non dovrebbero esserci problemi. Ho parlato con il suo avvocato, quattro piante più alte di me aveva in camera, si sentivano sin giù in negozio»

Cazzo! L’odore di stantio, cazzo. Ma quale stantio era marijuana; cannabis in maturazione. Ecco cos’era quell’odore. Che pazzo.

«Gli arrivò l’attrezzatura tramite corriere», ricordava lei con lo sguardo assente «lampade, tende; mi prese in giro, mi disse che era per un campeggio sperimentale». Roberta fece un bel respiro che fu un piacere osservarle il petto.

«Dove sono ora i ragazzi?» chiesi con finta noncuranza. «Di là, a casa loro, lui è ai domiciliari, non si può muovere, lei sta spesso con me»

«Capisco, lei avrà il suo daffare. I suoi figli, suo marito» me ne uscii naturale naturale. Fece un bel sorriso «A me non piacciono gli uomini, e tu dammi del tu» una sincerità incredibile. I miei sospetti. Le chiacchiere su di lei che arrivate al giudice non le avrebbero permesso di tenere la bambina. Sarebbe restata sola con quello sbandato del fratello: cosa dovevo fare?

Gli errori commessi mi hanno insegnato molto. Decisi di non prendere decisioni affrettate.

Salutai. Stretta di mano. Si spinse a porgermi un bacio. Fraterno sulle guance.

Mi diede il suo numero di cellulare «in fondo Pietro è un bravo ragazzo» disse «solo che appena passati i diciotto anni si è messo in testa chissà cosa».

Guardò l’orologio sulla parete «caspita è tardi. Mi raccomando la bambina, mi fido di te, qualsiasi cosa chiama».

Eravamo tutti e due per le scale. Realizzai… Non mi andava di rientrare. Scesi, la serranda era abbassata.

Quella fu la mia prima passeggiata per le calli. Percorsi la piazza gustandomi l’aria salata. La sensazione di ignoto, nello stesso tempo la fiducia che veniva riposta in me, mi esaltava.

Perché se era vero che molti particolari mi risultavano oscuri, con il tempo, ne ero certo, avrei appurato la verità. Al contrario nessuno saprà mai il mio passato. Cioè, almeno in parte.

Questo è il motivo per cui sono molto grato a Bruni e compagni.

 

*fine* 

Nov 21, 2012 - Senza categoria    No Comments

Laguna Mara (Quinta parte)

 

Continua dalla quarta parte

 

 

Non lo sapeva nessuno chi ero eppure quel carabiniere… «Sì sono io. Qualcosa non va?», tornava la mia sfrontatezza dei tempi passati “meglio non negare quando è impossibile farlo”.

Il mio cervello funzionava bene.

Ero orgoglioso di lui.

Con rapidi calcoli mi rammentava che non avevo nulla da temere. Con la giustizia avevo saldato i conti da un pezzo.

«Suo figlio è in caserma da noi». Stavo diventando pazzo. Non ascoltavo più: «la bambina è da quella vostra amica che chiama zia e» non lo feci finire «tutto chiaro» dissi.

Tornai tanto sereno che mi stettero ad ascoltare «è un equivoco. Io sono sì chi avete detto voi ma non posso essere chi avete detto dopo e », mi stavo impicciando. Maledetto il calore sulle guance.

«Mi fa vedere i suoi documenti?» tagliò corto l’altro, quello pieno di stemmi e medaglie.

Pensai che doveva essere un duro, passato in tutte le guerre, e mandato in laguna a riposare.

Tirai fuori la patente «questa è scaduta, cosa ci fa? ci guida con questa?», avrei voluto rispondere che mi ci pulivo il culo, ma sorrisi «la sto rinnovando ora.».

Sono abituato allo sguardo di chi non crede a nulla.

Presi la carta d’identità e gliela consegnai.

Leggeva e annuiva, la passò all’altro che scese la rampa di scale sparendo in quel buio intermittente.

Lo sentivo parlare. C’erano altri sbirri la sotto, dove mi ero ficcato? Tornò su senza il mio documento, col gesto che fece con la mano mi chiedeva inequivocabilmente le chiavi. Gliele diedi, provò ad aprire la porta dell’altro appartamento «sa dov’è la sua compagna?» disse.

«Io non ho compagne», esclamai davvero stizzito, anzi diciamo incazzato.

«Signor Benassi non esageri!» esclamò il duro, viso tirato «sappiamo che siete ancora in buoni rapporti, quindi…», sudavo freddo, dovetti interrompere di nuovo i fedeli difensori della legge.

«Io non ho donne, né ex» dissi scandendo bene le parole «né mogli, compagne, fidanzate» presi fiato «né figli. Io non ho nulla, sono libero, totalmente libero», mi stettero ad ascoltare.

Strano pensai io.

«Non si apre», l’altro milite, basso e grassottello, parlava con una calma surreale. «Togliti, ci penso io» disse il più aitante dei due.

Immaginai: ecco, adesso estrae la beretta e tira due colpi in successione sulla serratura.

Dagli occhi sbarrati del compagno credetti che l’avrebbe fatto sul serio.

L’Inno d’Italia? …ascoltai senza capire; ci misi dieci secondi abbondanti a comprendere che si trattava di una suoneria.

Il carabiniere più tranquillo rispose «Sì…sono io», si irrigidì: «Comandi».

L’altro pendeva dalle labbra del collega. «Non si preoccupi, ci pensiamo noi» continuava quello.

Appena chiusa la comunicazione disse «Bruni dobbiamo portare la piccola dalla giudice».

«Ma Rocchi, cosa c’entriamo noi?». Rammento il Bruni impettito: «ci pensasse l’assistenza sociale. No?»

«Per favore non ti ci mettere pure tu» e gli si muoveva la pancia gonfia. Brandiva il telefono tra smorfie e occhiate che stavano a ritrarre la poca intelligenza di chi aveva dato gli ordini.

Si erano completamente scordati di me.

Se ne stavano andando. Non si preoccupavano più di chi ero. Se ero solo o se se c’era qualcun altro con me.

«Scusate», i miei neuroni stridevano tra di loro come un campanello d’allarme «I miei documenti?».

«Ha ragione» disse l’uomo da battaglia «venga con noi, vedrà sua figlia. Sempre se la giudice acconsente.».

Vi giuro non ce la facevo più.

Troppa fantascienza da piccolo m’ha fatto male. Cercavo dettagli pensando a un’altra dimensione? Non avevo dormito e va bene. Non era casa mia… ma qualcuno mi ha invitato.

«Non ho fatto nulla» sotto stress «non ho figli.».

Avevo voglia di urlare. Lo feci.

 

«Giorgio Giorgio».

 

La voce alta di Nastya non è un urlo; mi distrae, mi riporta al presente. Smetto di scrivere. Riprenderò.

Il nostro cervello ci propone balzi. È la vera macchina del tempo. Avevo dimenticato, è tardi. Le devo accompagnare. Picchia il vetro con le nocche «Giulia è sotto», voce gutturale. Quando la sentii la prima volta arrivai a sospettare il complotto.

Ha sempre giurato di no. Che non ha mai parlato con me. Né di sua spontanea volontà. Né spinta da Mara. Misteriosa Mara.

Solo dopo ho saputo. Dopo tutto ciò che questo angelo ha passato con quell’animale… Con quale coraggio avrei dovuto continuare ad insistere?

Il fratello non ne ha voluto sapere di restare. Lo tirai fuori dagli impicci in cui si era cacciato. È partito per Barcellona. Gli verso un assegno ogni mese, a mo’ di affitto.

L’intera casa è intestata a loro due. Io non ho nulla; a me resta la conduzione della libreria e vecchie “rendite” da Roma.

Anche quei due turisti che passavano sotto venivano dalla città eterna. Flusso di ricordi: ho saputo che Floriana si è sposata con Gigi. Non credo gli abbia confessato tutto. In fondo è andata bene così, se non fossi stato quei quattro anni a Rebibbia non avrei mai iniziato a leggere. Non avrei scoperto la passione per la scrittura.

In gioventù si fanno errori. Se si vuole si possono ripagare, magari aiutando il prossimo.

Ho scelto questo fardello non mio. Mi sento felice «Grazie del passaggio», dice Giulia bella e ridente mentre monta in macchina al fianco di Nastya. «Sua figlia è fortunata ad avere un padre così», la macchina va da sola mentre io credo che scriverò un romanzo.

L’unica difficoltà è che la storia di Mara è incredibile. Difficile da mandar giù.

Non ci crede nessuno che non l’ho mai vista. Che non è mai stata la mia donna e che a questa piccola le voglio ugualmente un bene dell’anima.

«Lo so» sta rispondendo a Giulia «l’ho scelto io». Sorrisi disarmanti i suoi, dolci e spontanei da non lasciar trapelare nulla. Solo tanto incondizionato amore per il suo “papà”.

Lasciate le ragazze torno al parcheggio. Decido di farmi una passeggiata lungo la piazza, sino al ponte. Torno dietro.

Mi trovo costretto ai soliti saluti di cortesia, e guarda là chi ti vedo, incredibile: il carabiniere svelto insieme ad un vigile che spiegano qualcosa ai due turisti visti prima sotto casa mia. Concitati. O hanno perso qualcosa o son stati derubati. Mano a mano che mi avvicino ascolto. L’accento romanesco diviene chiaro.

Bruni è un tipo che non sta mai fermo. Si volta continuamente. Deformazione professionale. Mi vede. Sorride. Anche lui preda dei ricordi.

La voce querula di quella donna gli fa alzare la testa al cielo, la mia faccia lo incuriosisce, non vorrei che… «Benassi può venire un attimo per favore?». Infatti. Eppure accorro felice «mi dica».

«Sei romano?» i due, all’unisono.

«Sono nato in via Panisperna» m’atteggio. Strascico le parole. «Finalmente un romano» afferma il marito, vede chissà quali spiragli…

La donna è assalita dal sospetto: «è quello de prima che stava ar barcone co’ la ragazzina» senza ritegno sentenzia.

Il vigile urbano è spazientito. Lo conosco di vista. «Io ho da fare, arrivederci» e se ne va. Fremo: anche io ho da fare. Resisto. Non voglio essere sgarbato con chi mi aiutò a tirarmi fuori d’impaccio, con chi seppe eseguire gli ordini senza esagerare.

Non vedo l’ora di tornare a scrivere. Squilla un cellulare. «Aoh! Stamo qua su ‘na strada… La piazza? No non è la piazza è la strada. No. Nessuno sa darci indicazioni, che gente…». Ingloriosa performance del “romano”; sorride acido «Stanno venendo a prenderci. Noi famo da soli. Non vi preoccupate».

Bruni alza le spalle. Passando da una pacca sulle mie «non siete tutti così, via…» mi sussurra. Sorride. «C’è di peggio da noi lo sai» rispondo. Chissà perché ho voglia di insultarlo. Lui sorride ancora.

«Sto scrivendo di te» confesso. Ho azzardato a dargli del tu.

«Di me?», ride, ride.

«Perché ridi, non ci credi?». Mi sento preso in giro.

Mi dà un’altra pacca.

Non lo fa solo per liquidarmi. Va a fare il proprio dovere. Non ha bisogno di dirmi nulla. Il suo volto è un libro aperto per me. E quello che ci leggo può solo farmi piacere.

Essere stato accettato da questa gente è un onore. Se il Goldoni venisse a conoscenza di questo episodio da là dov’è ora riprenderebbe a scrivere.

Non sarebbero male “Baruffe Chiozzotte” dei tempi nostri.

Torno su. Riprendo a picchiare sulla tastiera.

Come già detto e ripetuto non mi credette nessuno. Anzi il giudice Angela Mariangeli mi sfidò a muso duro quando le dichiarai che non avevo intenzione di vedere la bambina.

Mi disse di tutto: padre snaturato, e che mio figlio era nei guai ed io non volevo accettare le mie responsabilità.

Ad un certo punto mi stancai. Chiesi lumi su quanto era accaduto. Il fatto strano è che ogni volta che volevo dare le “mie” spiegazioni, dire cosa mi aveva portato là, il concorso eccetera, tutti, dal maresciallo all’ultimo scansapacchi di quel palazzo mi guardavano col sorriso di chi non si fa fregare.

«Ma possibile che non si era accorto cosa teneva suo figlio in camera?», era Rocchi a parlare. Con fare paternalista e pancia prominente. Comunque sincero. Un padre di famiglia che profonde consigli a tutti; anche per non aver grane penso io.

«Io in quella casa non ci sono mai entrato, figuriamoci nella camera di quel ragazzo» lo ripetei tante volte.

Nel disinteresse generale.

Non si direbbe neppure scetticismo quello che provavano verso il mio dire. Forse disprezzo.

Io son sempre stato orgoglioso, non mi fermo facilmente. Chiesi delucidazioni.

Mara mancava da oltre un mese. Dissero. Nessuno sapeva che fine avesse fatto.

Il soffio al cuore l’ho sentito davvero. Quello delle fregature. Dell’amico che ti soffia la donna o i soldi.

«Qui qualcuno mi vuole far fesso» credo urlai. Il baldo Bruni si stava per avventare su di me.

Era una mia impressione. «Siamo noi che ci siamo stancati delle sue fesserie» esclamò. Beccandosi un rimbrotto verbale dal magistrato.

Fu un incontro al limite della formalità. Vedere tutti quei sbirri mi fece tornare dietro. A quando la mia anima era pervasa dal male.

La donna di legge non fu gentile con me.

Come già detto mi riteneva responsabile delle sofferenze e vicissitudini della minore. E del fratello.

«La potrei iscrivere nel registro degli indagati lo sa?». Minacce. Non ero certo che potesse farlo. Per abbandono di minore? …ma non può neppure minacciare, questo lo so! «Ma il padre questi ragazzi non ce l’hanno?» con troppa naturalezza buttai fuori queste parole. Devo imparare a pensare prima di aprire la bocca.

A qualcuno iniziò a farsi strada il dubbio. Mi lasciarono andare. Non avrei dovuto lasciare la Città.

Fu convocato il ragazzo, chissà che domande gli fecero.

Un paio di giorni dopo ci ritrovammo tutti insieme dalla giudice. Lui non volle vedermi. Cosa se ne doveva fare di uno sconosciuto?

Fortunato Albenghi. Il cognome della madre, tutti lo chiamano Pietro. Nastya dice che è il suo secondo nome anche se non risulta da nessuna parte.

Questi ragazzi non hanno parenti. Né ricordano padrini. Solo quella amica della mamma, la signora Roberta, quella che la bambina chiama “zia”. Lei sembra avere a cuore le sorti di ciò che resta di questa martoriata famiglia.

Mi ostino a chiamare Nastya bambina. Ho paura del tempo. Delle conseguenze del suo incedere.

Pietro disse a loro ciò che sapeva; cioè che la mamma, se aveva un amante, lo teneva ben nascosto.

Seppi poi che alle insistenti domande della Mariangeli il ragazzo rispose che sentiva spesso parlare di un uomo. Un certo Giorgio fuggito a Roma.

A malincuore confermò che per ammissione della madre potevo sì essere suo padre «Un uomo così si può solo odiare», urlò tanto forte da farsi udire sin dove ero io.

L’ho amato da sempre il mio balconcino: lì mi ritrovavo a meditare quando il trillo del campanello mi scosse dal torpore dei sogni.

Mi domandai chi potesse essere che ero già alla porta. Aspettavo solo i due miei “amici” dell’arma. Ma per il giorno dopo. Avevo lasciato in caserma il mio numero di cellulare, casomai mi cercassero.

Mi trovai di fronte una donna sulla quarantina. Gli occhiali neri a nascondere qualcosa.

 

Continua…

 

 

 

 

 

Nov 14, 2012 - Senza categoria    No Comments

Appunti di scrittura Moretti Sergio Post Secondo

“Mi chiedevo se era normale discutere. Si arrivava spesso al litigio, si iniziava con un litigio semplice e, mi si passi il termine, delicato; brutto se sfociava nella polemica. Ma farci la pace, era meraviglioso, è meraviglioso, e ancora lo sarà, per sempre…”

“Parlammo a lungo. Dell’amore, dell’odio. Parlammo di quei momenti che vorresti sfasciare tutto. Per fortuna c’era l’amore, e quello, si sa, incolla prima le anime e poi i corpi.”

“Molto tempo dopo aver provato inutili sofferenze, capii che lui mi amava davvero. Non sembri stupido ciò che dico… L’amore non ha bisogno di confronti, di tempeste, come dicono in tanti, in troppi. Quando è vero amore, intoppi e distanze fanno desiderare ancor di più quella persona. Non il contrario.”

“Momenti di tristezza. Pare tutto ti crolli addosso; è un sussulto ad ogni trillo, ad ogni vibrazione. Ti lascia senza fiato lo stridio di gomme, sotto; e che dire dello scatto delle porte, dell’ascensore? Non sei tu, è un sogno ad occhi aperti il mio…”

Da: “appunti di scrittura” (Sergio Moretti)

Nov 13, 2012 - Senza categoria    No Comments

Laguna Mara (quarta parte)

Continua dalla terza parte 

 

 

Fu gentile e preciso.

Guardando la mia auto disse «la parcheggi in tombola», mi spiegò la strada, io per ricompensa evitai la facile battuta che avrei fatto se con me ci fosse stata Floriana.

Anche se abituato ad altre strade alla fine ce la feci.

Rimasi incantato durante quella passeggiata a piedi, da sopra un ponte vidi la vetrina.

Arrivato trovai il negozio aperto. «C’è nessuno?», le mie parole suonavano male anche a me, stonavano in mezzo ai titoli dei libri in bella vista.

Mi figuravo l’effetto nelle orecchie di chi le avesse ascoltate, con quell’accento che ancora oggi mi contraddistingue.

«C’è nessuno?», insistetti.

Salii le scale del retro. Mi sentivo libero di farlo come se sapere dell’esistenza di un appartamento mi desse chissà quale permesso.

Ero certo che mi stesse aspettando.

Finii su di un pianerottolo, in fondo a questo ripartiva un’altra scala.

Sopra era tutto chiuso, sbarrato da assi di legno.

Si poteva solo scendere, lì in fondo, dove una luce alternava un’atmosfera vivida ad una fioca creando ombre non molto rassicuranti.

Il sentore di stantio non mi procurava fastidio, ero abituato alla mia “sala hobby”, una cantina riadattata per feste e festini.

Avrei dovuto capire subito che al primo piano l’odore di muffa non è una cosa normale, specie se pungente.

Non riuscivo a riconoscerne la natura.

Due porte erano di fronte a me, la più piccola socchiusa

in tal modo che l’invito ad entrare non poteva essere più esplicito.

Il biglietto che trovai sul letto non me lo aspettavo «scusa», diceva «sono dovuta scappare all’ospedale, da mia madre»

Fu una sorpresa sapere quanto si stava fidando di me, di uno sconosciuto in fondo.

Sul foglio era specificato di non chiamarla poiché sarebbe stato tempo sprecato, che aveva il cellulare scarico, e che se non fosse tornata in tempo mi pregava di chiuderle la libreria.

Alla chiusura dei conti aveva pensato lei prima di uscire.

Io dopo aver spento tutte le luci sarei potuto ripassare dal retro, e ritirarmi nell’appartamento destinato a me.

Non dovevo preoccuparmi di nulla, al suo ritorno mi avrebbe svegliato. Queste ultime righe mi fecero sognare una sua visita, con uno di quei abbigliamenti intimi che fanno resuscitare i morti.

La vidi. La mia fervida immaginazione creò il suo lento avvicinarsi al letto, tutta trasparente, con un bel piatto di frutti di mare e due calici di prosecco.

La più invitante era l’ostrica in bella vista.

Ne aveva parlato così tanto di fasolari e vongole da farmi venire fantasie.

L’acquolina in bocca. La vista del mare unita al profumo intenso là dentro mi scioglieva ogni inibizione, ogni difesa.

Solo dopo capii il perché.

Tornato sotto presi in prestito qualche libro sulla città, ne stavano diversi in bella evidenza là su quella mensola.

Il ripiano è tuttora da aggirare. Per forza se si vuole tornare di sopra.

Con quello che c’era scritto su Chioggia e dintorni si poteva diventare esperti tour operator.

Alcuni tra volumi ed opuscoli accesero la mia curiosità. Presi a sfogliarli con calma.

Quando mi decisi a salire portai a letto parecchie cose da leggere.

Stetti sveglio sino al primo chiarore.

Perché non mi ponevo domande?

Beh lei la conoscevo, così dolce, così disponibile. Il comportamento consono al suo fare, cioè al suo dire, a come scriveva.

La verità era che avevo bisogno di qualcosa di diverso. Un’avventura. Una botta di vita.

Non volevo farmi trovare addormentato: ringraziare e chiederle notizie sulla salute di mamma sua mi pareva il minimo che io potessi fare.

Mi affacciai per prima cosa alla finestra.

Poi vidi che si sarebbe potuta aprire sino al pavimento, afferrai la maniglia e la girai.

Il primo tentativo andò a vuoto.

Forzai un po’ la parte bassa.

Non fu facile aprire il resto della persiana.

Il balconcino mi attirava ma lo scricchiolio dell’imposta faceva paura. Era sporco. Mi fu chiaro che lì non si affacciava mai nessuno.

L’alba di Chioggia non tardò ad arrivare La laguna magnifica accettò il sole come faceva da sempre.

Vidi gli invasori di tante guerre. Io che sulle Mura Aureliane vedevo le legioni, anche qui ero partito in uno dei miei sogni ad occhi aperti.

Immaginai di stare arroccato su quel balcone, con la balestra in mano, a difendere la mia bella e le calli dai pirati.

Non mi piacquero quelle scene. Passai a darle ai genovesi.

Ogni tiro andava a segno. Sentivo urla di dolore.

Da ciò dedussi che leggere non sempre fa bene, specie se chi lo fa ha già tanto del suo da dare.

Ubriaco di storie passate immaginavo un mio futuro. Su alcuni libri occorrerebbero le diciture, come medicine e sigarette.

Passò altro tempo. Il panorama di prima fece posto all’evoluzione dei gabbiani.

Si vedeva un canale sotto, un vicolo a fianco. Forse lei aveva il permesso di portare la macchina sin là essendo residente.

Non sapevo come funzionassero le cose a Chioggia. Ero felice. L’avrei vista arrivare e non mi importava di nulla.

Pensai pure alla sua sorpresa nel vedermi.

Volevo restare, ma lo stimolo insistente mi indirizzò al gabinetto, dove iniziai una rivista, ma infine scelsi altre storie di dogi e di municipalità dell’Ottocento che m’ero portato.

Mentre mi liberavo ero di nuovo un eroe, vibrazione e segnale acustico mi riportò alla realtà.

Presi in mano il cellulare e lessi il messaggio.

Diceva: “scusa mia mamma non sta bene vengo stasera baci”.

Provai a rispondere. Ogni tentativo fallì. Non capivo.

Perché preoccuparmi, era tutto chiaro no? La mamma si era ammalata e non poteva, non doveva darle spiegazioni. Perciò non si sarebbe assentata dal suo capezzale se non era indispensabile; Mara, vivendo da sola, non avrebbe potuto giustificare né telefonate inopportune né altro.

Il suo pc, pensavo, starà di certo nell’altro appartamento, quello da cui proviene quel tanfo…già il tanfo.

Che ingenuo che fui.

Mi sembra di rivivere il momento: prendo le chiavi che avevo visto sul tavolo, le provo sulla porta, quella che mi sembrava più piccola.

Giro nella toppa, sono quelle, esco.

Vado alla porta a fianco, provo l’altra «cosa fa? Lei chi è?», faccio un salto.

La voce autoritaria mi blocca.

La divisa mi fa tremare. Il cuore mi batte forte: due divise. Ho creduto di morire.

«ha perso la lingua? Lei è Giorgio Benassi vero?». No! Non poteva essere.

Non poteva essere vero.

Nessuno mi conosceva là quel cognome.

 

 

Continua…

 

 

 

 

Nov 6, 2012 - Senza categoria    No Comments

Laguna Mara (terza parte)

Continua dalla seconda parte:

 

Il regolamento non mi fu molto chiaro.

Mara mi disse che avrei dovuto inventare una storia infarcita di fatti realmente accaduti in ogni epoca e nello stesso tempo parlare dei prodotti gastronomici, del turismo ed altro che ora non mi torna in mente.

Non mi pareva possibile una richiesta tanto complessa. Volevo vederci chiaro.

Cercai informazioni sui siti web, ma mi trovai di fronte all’impossibilità di ulteriori spiegazioni, perciò dissi: «Lascio perdere».

Rimase tanto male da non rispondere più al telefono.

La implorai con una mail fuori dall’ordinario.

«Io non son mai stato da quelle parti, non so nulla del Veneto». Accorate frasi inviate invano. Sinché scrissi che volevo riparlare del concorso.

Accettò di risentire la mia voce.

Mi spiegò che se non fosse stato per i suoi “blocchi dello scrittore” avrebbe fatto da sola, che il mio aiuto le sarebbe servito per lanciare la sua libreria, che io con il suo di aiuto avrei realizzato il sogno di farmi conoscere, di fare finalmente breccia come autore, di emergere.

Io seguitavo a snocciolare le mie ragioni.

Potevo semplicemente accettare. Tutto sarebbe finito là. Invece no, continuavo ad insistere sul fatto che non conoscevo la sua “bella città”, che avrei dovuto studiarla e non ne avevo tempo.

Insomma avevo finito le scuse.

Per tutta risposta mi invitò là.

«Ho un miniappartamento attaccato al mio», disse «sopra la libreria. Ti darò i consigli anche la notte», ammise candidamente.

Dovrei dire di essere rimasto stupefatto? No, di più. Forse esterrefatto. No, di più.

Non riuscivo a credere che una donna, molto più giovane di me, mi facesse un qualsiasi tipo di proposta, non mi fidavo.

«Sei bravo», la sentivo sincera al telefono. «ho visto come scrivi, come inventi, crei cose assurde e fantastiche allo stesso tempo.»

Volete sapere se ci cascai? Ebbene sì, in pieno.

Ed ora eccomi qui a rimpiangere gli errori fatti.

Tanti.

Questa città riesce a farmeli dimenticare, basta che io faccia una passeggiata in bici sino alla spiaggia, o che mi metta a rimirare un tramonto in laguna.

Per non parlare di quando me ne vado a pesca.

Una vita che a Roma non potrebbe esistere, non ho nulla e nessuno che mi leghi alla capitale, oltre ai ricordi s’intende.

Manca solo lei. Mara. Presa e persa senza averla mai avuta.

Un profilo. Una foto dai colori sbiaditi in una notte d’inverno, una notte di molti anni fa.

Mi feci precedere da una telefonata, avevamo già concordato il giorno; sapete, a me piace la precisione.

Lei gentile come sempre mi chiese l’orario del mio arrivo, glielo dissi.

«Bene, dovrei esserci», assicurai.

Lei continuava a parlava mentre io ricontrollavo l’indirizzo, che dettai di nuovo.

«Sì, sì, è quello ascolta Giorgio» disse distratta, col tono di voce talmente diverso da farlo sembrare artefatto, tanto da farmi mettere sulla difensiva.

«Dimmi», risposi attento, pronto a carpire indizi che avrei usato come scusa con me stesso per non partire più.

Dall’altro capo solo silenzio «dimmi», ripetei.

«Nulla nulla», rispose.

«Qualcosa non va?», dissi «ci sono problemi?», oramai mi ero fatto l’idea di incontrarla, vedere il suo corpo, e non solo.

Mi sarebbe dispiaciuto rimandare.

«Tranquillo, non è nulla, ti dico stasera ok?», rispose. Rideva «ne parliamo quando arrivi dai», aggiunse al mio silenzio.

«Ok. Come vuoi, a dopo.»

Viaggiai tranquillamente con un cd di De Andrè rigato e consunto dall’uso.

Sulla E 45 il traffico scarseggiava, credetti di arrivare in anticipo, ma passata Ravenna ebbi la sorpresa di un incidente tremendo che mi costrinse a più di un’ora di sosta.

Fu lì che spensi lo stereo immergendomi nei ricordi.

Conoscevo quei posti.

Anni dietro io e i miei soci prendemmo un lavoro a Comacchio che rese necessario un lungo soggiorno.

A Mara non gliene parlai perché non ritenevo la cosa interessante; forse perché avevo paura di tradirmi rivangando quella vergogna…

Il bosco della Mesola interruppe i miei pensieri. E finalmente il delta del Po.

Ogni ponte era un salto nel tempo. Trentanni non son pochi.

A Chioggia chiesi indicazioni ad un vigile.

Mi guardò a lungo, come se stesse controllando i miei documenti.

Quando precisai cosa stavo cercando lo vidi annuire con certezza.

 

Continua…

 

 

 

 

Nov 2, 2012 - Senza categoria    No Comments

Appunti di scrittura Moretti Sergio Post primo

“Ha in grembo le mani, la donna; nel sogno nervosa si liscia la gonna. Frementi le labbra; teme, balbetta in silenzio. «È così, mi dispiace», lui parla. Ha mille volti l’uomo. «Non posso restare, lo sai, e non m’aspettare, non torno, perché…», non conclude. Surreale s’attarda. «È finita?», lei chiede in silenzio «E stanotte mi chiamavi amore? Perché?». Oramai la tragedia è nel soffio, nel fiato: «Perché così? Perché?», è un urlo, fa male, sino a sentire le lacrime agli occhi. «È tutto finito, amore», questo ascolta stordita, «è finita». Baci, carezze, parole d’amore. Sì è la fine… Dell’incubo…”

…..

“Non ci cercavamo più. Sullo stesso letto la notte era troppo nera, nella più totale delle incomprensioni…

Nel buio ascoltai lampi, e vennero le sue labbra, quando, donandole un abbraccio, mi sfiorò il gomito…”

Da: “appunti di scrittura” (Sergio Moretti)

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